30 maggio 2026

(*) tanto vale ascoltare il reggaeton

 



Uno dei commenti classici sotto alcuni video di YouTube, canzoni emotivamente rilevanti ovviamente, è: questa la voglio al mio funerale. E chi tra noi non l'ha mai immaginato il proprio di funerale? Ci diciamo che ci sarà talmente tanta gente che la chiesa esploderà, gli amici in lacrime, i parenti forse meno ma comunque dispiaciuti della nostra dipartita, il prete cercherà parole adeguate, un amico a singhiozzare un ricordo al microfono delle letture e poi, alla fine, questa canzone. Mentre il servizio funebre sfilerà lungo il corridoio centrale della chiesa con la bara in spalla, le note, se possibile, porteranno allo stremo le ghiandole lacrimali dei presenti. Qualcuno gli si rizzeranno i peli delle braccia, altri slacceranno l'ultimo bottone della camicia equivocando la causa di quel nodo alla gola. Arrivato il climax della canzone, man mano scenderà l'intensità, la fila per firmare il registro rosso dei presenti comincerà a diradarsi come il fumo dell'incenso. Finito il pezzo, la bara ormai fuori. Di nuovo immersa nel rumore di fondo della città col sole che inonda gli occhi ancora lucidi di alcuni mentre altri metteranno a fuoco che quella cosa che continua ad agitargli lo stomaco forse, a quest'ora, è fame. 
Pianificare la musica al proprio funerale, ci concediamo quest'unico atto estetico completamente libero. Nessuno potrà criticarci, scelta pretestuosa o meno, siamo finalmente fuori dalla mischia.
Il problema è che non ci saremo. Tutta questa coreografia elaborata, chiesa, lacrime e musica, la costruiamo per uno spettacolo di cui siamo pretesto, non spettatori.
E la canzone, scelta con cura anche lei, andrà avanti senza di noi. Continuerà a commuovere altri, che scriveranno nei commenti di volerla al proprio funerale. 
Tanto poi ci sarà una perpetua anziana quanto rigida che sul più bello gli abbasserà il volume. (*)

on air (at the funeral) 

genesis : : firth of fifth (steve hackett_guitar solo)

9 aprile 2026

pratica & ritualità

 



Ci vuole una catena di tappi di bottiglia di birra, ripegati uno a uno con una vecchia pinza, attorno a un pezzetto di fil di ferro che inizia e finisce con un occhiello. Si ripete ogni volta, ce n'è uno a ogni inizio e ogni fine. La catena di tappi si accosta a tante altre sorelle catene, tenute insieme, in alto da altro fil di ferro che le imprigiona solamente per un'estremità a un vecchio bastone, preso da un ramo del noce colpito da un fulmine, chissà quanto tempo fa. il ramo, mondato dalla corteccia, è lungo tanto la larghezza di una porta. Le catene, i tappi, il bastone fissato sopra lo stipite, insieme fanno due cose: tenere fuori le mosche dalla cucina e, ogni volta che si varca la porta, un suono che mi rimarrà dentro per sempre. Raccontare mio nonno è una storia come questa, lui seduto davanti casa a piegare tappi di bottiglia di birra con una vecchia pinza o lucidare le scarpe buone prima di uscire. Orologio con catenella nel panciotto, camicia pulita, capelli ravviati indietro come quegli attori del cinema muto. Il suono della tenda di tappi a Borgo san Pietro è il soundscape del ricordo, di quella casa, delle estati da giovanetto, di mio nonno. Raccontare la complessità della relazione padri/figli è raccontare la fine di quella tenda fatta di tappi di bottiglia di birra pazientemente piegati uno a uno. Mio padre non la buttò, o meglio, non si limitò a buttarla, la seppellì piuttosto. Sotto un non mai specificato albero, melo, susino, pesco (?) su, al terreno accanto al camposanto.
Quale fosse la spinta dietro un simile gesto non l'ho mai saputo. Era na cosa vecchia si è sempre difeso, fino alla fine. Raccontare la complessità del rapporto padri/figli è far caso alle alternanze del gradimento della pastasciutta tra diverse generazioni. Mio nonno amava gli spaghettini e ben cotti, mio padre, che spesso gli ha rinfacciato l'obbligo a quella specie di colla per pranzo, obbligherà poi me alle linguine crude. Il fatto che mia figlia sia amante della pasta al dente vi anticipa le mie preferenze in fatto di cottura. Raccontare il suono dei tappi di bottiglia di birra, della pasta lunga, del tempo di cottura, ricordare e raccontare, scegliere le parole che definiscono al meglio i colori che rimangono dentro, le pause, la punteggiatura, la respirazione se sei uno che legge a voce alta. Complessità, che non è una cosa complicata, beninteso.
In certi ricordi ci trovo il modo di raccontarle le cose difficili a dirsi, similitudini e paralleli, esempi e faicontoché.
Il mio amico è direttore della fotografia, a giorni in pensione dopo anni di RAI. Appassionato di cinema e fumetti, oltre che di musica, tanto tempo fa mi raccontò come di una sua impressione, uno strano accadimento, complicato a spiegarsi: il fenomeno dell'autodeterminazione dei corpi illuminanti.
Qualcosa del tipo: è inutile che impazzisci cercando di capire quale sia il posto migliore dove piazzare una luce, è lei che te lo dice, che ti impone uno spostamento, ti consiglia dove metterla facendoti una proposta che non puoi rifiutare. Come un mafioso qualsiasi. Serve solo ascoltare e dargli retta.
Il risultato non è una fotografia politica ma l'unica esteticamente e razionalmente possibile. Il primo piano del personaggio in un momento di riflessione e ripegamento su sé stesso abbisogna di un taglio di luce specifico, qualcosa di preciso, riconoscibile e che arrivi dritto al cuore del telespettatore per il tramite dei suoi stessi occhi. Il fatto che certa televisione alla fine del millennio abbia appiattito il tutto al fine di non far sfigurare le pubblicità, ha creato uno scarto nel messaggio. Da quel momento sì, si può parlare di fotografia politica. La luce, quel corpo illuminante che si autodetermina e si affranca, un direttore della fotografia che asseconda il processo naturale e lo facilita è un mediatore tra bellezza e spettatore. Motore e mentore del pensiero critico, pericoloso entertainment.
E' un rapporto col reale radicalmente differente rispetto la pittura, quello della fotografia. Questa attesta un ça a été questo è stato*, che non è verisimiglianza bensì compresenza fisica tra soggetto e luce che impressionerà la pellicola. Un quadro è un idea, la foto una traccia che contiene un segno, un dettaglio che punge, ferisce, cattura l'attenzione senza preavviso. La luce decide, soggettiva, incomunicabile, sfuggente a qualsiasi codice. Un dato genuinamente esistenziale, autobiografico, eppure.
Solo i tessuti sanno è qualcosa che molti osteopati portano dentro, tatuata l'anima di tanta convinzione. Niente test, ascolto, semmai. Il tessuto conosce quelle che sono le possibilità, le risorse, quel che può e, soprattutto, non deve dire. E' così che il corpo si tramuta in luogo di pensiero. Come avere un mondo tra le mani che parla una lingua intesa dalle dita solamente.
E' ascolto e rispetto, come la luce che da sola sa cosa deve (o non può) illuminare.
È l'oggetto che decide, che definisce e suggerisce. I tessuti, la fascia, diviene medium, così come la luce per l'occhio, infine il cuore. Ecco. Era solo questo.

*La camera chiara, R. Barthes 

 

on air/aka5ha : : inverno '96

5 marzo 2026

rigore & libertà

 


Il computer è acceso 

la luce del monitor si proietta attorno 

arabesca e disegna di continuo un test di Rorschach sul muro. 

Un'auto passa sotto le finestre 

i suoi fari agitano le ombre e queste finalmente smettono di ricordare 

ora foglie ora farfalle. 

Dalla parte opposta della strada, nel palazzo di fronte, al quarto piano, c'è qualcuno che senza nemmeno spogliarsi si distende

immerso in un sonno senza sogni e ignaro che in cucina, in una boccia troppo grande, sta nuotando in tondo e senza sosta un pesce rosso. 

Lasciato solo perderà man mano il suo colore.

 

on air/mark kozelec : : celebrated summer

23 febbraio 2026

non le lamiere, non i decibel*


rabbia. indifferenza, intensità 

hai paura del buio?  

nei giorni di festa mi sveglio già stanco
anche se quando dormo, sogno
immagino niente e nel niente mi sono perso 

quelli che credo siano i miei compagni non ci sono più 
sotto, nell'erba alta, è pericoloso
sto arrampicato sull’unico albero, la notte mi sta addosso fintanto la sua alleanza con la paura 

mi tengono sveglio versi orrendi di predatori e sbatter d’ali in fuga 
il mio è un odore facile da percepire e prima o poi dovrò scendere per bere alla pozza 

quella sul limitare della radura 

resisto e dovrò farlo almeno fino all’alba, quando da quassù mi sarà più facile vedere chi mi dà la caccia.
penso al villaggio, riesco quasi a vederlo e anche se non metto davvero a fuoco quella è la tua porta, chiusa, i resti del fuoco ancora caldi 

i tuoi cani distesi dormono anche se con un orecchio diritto

guardo giù. Sei sveglia? 

sarebbe bello fossi sveglia, sarebbe bello che invece tu guardassi in su 

mi vedresti spaventato e sporco, assetato e solo

mi vedresti a pensarti sveglia e al sicuro. Almeno tu.


on air/mia martini : : donna sola 

*elettrojoice : : nessuno (1996)