21 luglio 2026
mezzo cucchiaino di zucchero da girare finché
30 maggio 2026
(*) tanto vale ascoltare il reggaeton
Pianificare la musica al proprio funerale, ci concediamo quest'unico atto estetico completamente libero. Nessuno potrà criticarci, scelta pretestuosa o meno, siamo finalmente fuori dalla mischia.
Il problema è che non ci saremo. Tutta questa coreografia elaborata, chiesa, lacrime e musica, la costruiamo per uno spettacolo di cui siamo pretesto, non spettatori.
E la canzone, scelta con cura anche lei, andrà avanti senza di noi. Continuerà a commuovere altri, che scriveranno nei commenti di volerla al proprio funerale.
Tanto poi ci sarà una perpetua anziana quanto rigida che sul più bello gli abbasserà il volume. (*)
on air (at the funeral)
genesis : : firth of fifth (steve hackett_guitar solo)
9 aprile 2026
pratica & ritualità
Ci vuole una catena di tappi di bottiglia di birra, ripegati uno a uno con una vecchia pinza, attorno a un pezzetto di fil di ferro che inizia e finisce con un occhiello. Si ripete ogni volta, ce n'è uno a ogni inizio e ogni fine. La catena di tappi si accosta a tante altre sorelle catene, tenute insieme, in alto da altro fil di ferro che le imprigiona solamente per un'estremità a un vecchio bastone, preso da un ramo del noce colpito da un fulmine, chissà quanto tempo fa. il ramo, mondato dalla corteccia, è lungo tanto la larghezza di una porta. Le catene, i tappi, il bastone fissato sopra lo stipite, insieme fanno due cose: tenere fuori le mosche dalla cucina e, ogni volta che si varca la porta, un suono che mi rimarrà dentro per sempre. Raccontare mio nonno è una storia come questa, lui seduto davanti casa a piegare tappi di bottiglia di birra con una vecchia pinza o lucidare le scarpe buone prima di uscire. Orologio con catenella nel panciotto, camicia pulita, capelli ravviati indietro come quegli attori del cinema muto. Il suono della tenda di tappi a Borgo san Pietro è il soundscape del ricordo, di quella casa, delle estati da giovanetto, di mio nonno. Raccontare la complessità della relazione padri/figli è raccontare la fine di quella tenda fatta di tappi di bottiglia di birra pazientemente piegati uno a uno. Mio padre non la buttò, o meglio, non si limitò a buttarla, la seppellì piuttosto. Sotto un non mai specificato albero, melo, susino, pesco (?) su, al terreno accanto al camposanto.
Quale fosse la spinta dietro un simile gesto non l'ho mai saputo. Era na cosa vecchia si è sempre difeso, fino alla fine. Raccontare la complessità del rapporto padri/figli è far caso alle alternanze del gradimento della pastasciutta tra diverse generazioni. Mio nonno amava gli spaghettini e ben cotti, mio padre, che spesso gli ha rinfacciato l'obbligo a quella specie di colla per pranzo, obbligherà poi me alle linguine crude. Il fatto che mia figlia sia amante della pasta al dente vi anticipa le mie preferenze in fatto di cottura. Raccontare il suono dei tappi di bottiglia di birra, della pasta lunga, del tempo di cottura, ricordare e raccontare, scegliere le parole che definiscono al meglio i colori che rimangono dentro, le pause, la punteggiatura, la respirazione se sei uno che legge a voce alta. Complessità, che non è una cosa complicata, beninteso.
In certi ricordi ci trovo il modo di raccontarle le cose difficili a dirsi, similitudini e paralleli, esempi e faicontoché.
Il mio amico è direttore della fotografia, a giorni in pensione dopo anni di RAI. Appassionato di cinema e fumetti, oltre che di musica, tanto tempo fa mi raccontò come di una sua impressione, uno strano accadimento, complicato a spiegarsi: il fenomeno dell'autodeterminazione dei corpi illuminanti.
Qualcosa del tipo: è inutile che impazzisci cercando di capire quale sia il posto migliore dove piazzare una luce, è lei che te lo dice, che ti impone uno spostamento, ti consiglia dove metterla facendoti una proposta che non puoi rifiutare. Come un mafioso qualsiasi. Serve solo ascoltare e dargli retta.
Il risultato non è una fotografia politica ma l'unica esteticamente e razionalmente possibile. Il primo piano del personaggio in un momento di riflessione e ripegamento su sé stesso abbisogna di un taglio di luce specifico, qualcosa di preciso, riconoscibile e che arrivi dritto al cuore del telespettatore per il tramite dei suoi stessi occhi. Il fatto che certa televisione alla fine del millennio abbia appiattito il tutto al fine di non far sfigurare le pubblicità, ha creato uno scarto nel messaggio. Da quel momento sì, si può parlare di fotografia politica. La luce, quel corpo illuminante che si autodetermina e si affranca, un direttore della fotografia che asseconda il processo naturale e lo facilita è un mediatore tra bellezza e spettatore. Motore e mentore del pensiero critico, pericoloso entertainment.
E' un rapporto col reale radicalmente differente rispetto la pittura, quello della fotografia. Questa attesta un ça a été questo è stato*, che non è verisimiglianza bensì compresenza fisica tra soggetto e luce che impressionerà la pellicola. Un quadro è un idea, la foto una traccia che contiene un segno, un dettaglio che punge, ferisce, cattura l'attenzione senza preavviso. La luce decide, soggettiva, incomunicabile, sfuggente a qualsiasi codice. Un dato genuinamente esistenziale, autobiografico, eppure.
Solo i tessuti sanno è qualcosa che molti osteopati portano dentro, tatuata l'anima di tanta convinzione. Niente test, ascolto, semmai. Il tessuto conosce quelle che sono le possibilità, le risorse, quel che può e, soprattutto, non deve dire. E' così che il corpo si tramuta in luogo di pensiero. Come avere un mondo tra le mani che parla una lingua intesa dalle dita solamente.
E' ascolto e rispetto, come la luce che da sola sa cosa deve (o non può) illuminare.
È l'oggetto che decide, che definisce e suggerisce. I tessuti, la fascia, diviene medium, così come la luce per l'occhio, infine il cuore. Ecco. Era solo questo.
*La camera chiara, R. Barthes
on air/aka5ha : : inverno '96
5 marzo 2026
rigore & libertà
Il computer è acceso
la luce del monitor si proietta attorno
arabesca e disegna di continuo un test di Rorschach sul muro.
Un'auto passa sotto le finestre
i suoi fari agitano le ombre e queste finalmente smettono di ricordare
ora foglie ora farfalle.
Dalla parte opposta della strada, nel palazzo di fronte, al quarto piano, c'è qualcuno che senza nemmeno spogliarsi si distende
immerso in un sonno senza sogni e ignaro che in cucina, in una boccia troppo grande, sta nuotando in tondo e senza sosta un pesce rosso.
Lasciato solo perderà man mano il suo colore.
on air/mark kozelec : : celebrated summer
23 febbraio 2026
non le lamiere, non i decibel*
rabbia. indifferenza, intensità
hai paura del buio?
nei giorni di festa mi sveglio già stanco
anche se quando dormo, sogno
immagino niente e nel niente mi sono perso
quelli che credo siano i miei compagni non ci sono più
sotto, nell'erba alta, è pericoloso
sto arrampicato sull’unico albero, la notte mi sta addosso fintanto la sua alleanza con la paura
mi tengono sveglio versi orrendi di predatori e sbatter d’ali in fuga
il mio è un odore facile da percepire e prima o poi dovrò scendere per bere alla pozza
quella sul limitare della radura
resisto e dovrò farlo almeno fino all’alba, quando da quassù mi sarà più facile vedere chi mi dà la caccia.
penso al villaggio, riesco quasi a vederlo e anche se non metto davvero a fuoco quella è la tua porta, chiusa, i resti del fuoco ancora caldi
i tuoi cani distesi dormono anche se con un orecchio diritto
guardo giù. Sei sveglia?
sarebbe bello fossi sveglia, sarebbe bello che invece tu guardassi in su
mi vedresti spaventato e sporco, assetato e solo
mi vedresti a pensarti sveglia e al sicuro. Almeno tu.
on air/mia martini : : donna sola
*elettrojoice : : nessuno (1996)
5 dicembre 2025
le ricette di Clara
Figlia della guerra, per questo motivo non ebbe mai l'abitudine di mangiare appena sveglia, per cui in famiglia non verrà nemmeno ricordata per la colazione quantunque rispettosa di tradizioni come uova toste e corallina la mattina di Pasqua. Non manifestò mai interesse per cappucci, briòsce o spremute salutari.
Appena sveglia, dopo il caffé della moka, si cimentava con sedani e carote, cipolle e odori vari. Direttrice implacabile di soffritti rumorosi quanto odorosi, responsabile inconsapevole dell'acquolina nella bocca di chi si avventurasse per le scale tra le otto e le nove del mattino. Il pomodoro pelato rovesciato nella piletta smorzava per pochi attimi quel profumo per poi, subito dopo, trasformarlo in qualcosa di ancor più irresistibile. Abbassava subito il fuoco di modo che la cottura fosse lenta e quell'odore man mano evolvesse in quello che probabilmente si può annusare in paradiso.
Ora...questa cosa del paradiso mi è venuta in mente in maniera spontanea, anche se nel merito (del paradiso) non mi pronuncio in quanto agnostico, benché da tempo io sostenga piuttosto l'esistenza di un inferno: qui, ora e proprio sulla terra. Mia nonna Clelia, nome romano antico ma nata maremmana di confine, aveva imparato i segreti e le arti della cucina della tradizione romana dalle amiche del ghetto. Mia madre aveva per cui imparato da un mash up di saperi & sapori ad oggi difficilmente replicabile.
Mi viene da pensare che lei in realtà volesse convincere le giudìe amiche di Clelia e tutti gli infedeli e gli scettici a venire come me, che, invece sì, un paradiso esiste e il profumo di quel sugo ne è riprova. Qualcosa del genere, credo. Mamma certe mattine d'estate, a Borgo San Pietro, si lasciava coccolare dalla suocera, Maria, con l'uovo sbattuto corretto al caffé. Me le ricordo sedute una di fronte l'altra in cucina, a inzuppare quei biscottoni all'uovo tipici della zona. Il resto dell'anno, in città, credo s'ignorassero benevolmente, così come mia madre ignorava la possibilità di fare colazione con altro che non fosse il caffé.
Per creare il cosiddetto scarto questa categoria culinaria si chiama ricette di Clara e la copertina è un cornetto anche se Clara spesso chiamava mio padre maritozzo. L'unica cosa desiderasse davvero, di mattina.
21 novembre 2025
homecoming, a sort of
In autostrada da solo
montagne ormai rosse e ocra e gialle mi scorrono davanti
brillano contro il bianco del cielo
e mi si stringe il petto.
Respiro appena, senza fiato né parole
sto dentro agli occhi che guardano le montagne, ed è così
(in un cerchio che mi spezza)
che arrivo finalmente.
Ripagato con l'orgoglio, moneta fuori corso.
Dentro ho il rumore delle foglie secche
quando le calpesti per il solo gusto.
Dentro sono fatto di sogno
di falce e di martello
di sudore.
A tutto ciò abbaia il primo cane che incontro sulla strada
per tutto ciò è così rosso il frutto della rosa canina
a causa di ciò mi sento tenda che si gonfia al vento.
Sporco di foglie e polvere
vanno sottobraccio
occhi e pensieri con le parole scritte sui muri.
Al sole di novembre cammino verso casa
all'ombra mia s'accosta la gatta solita.
Insieme torniamo.
Ci scrutano le cornacchie, rintocca la campana
on air/thomas feiner : : guide for the perplexed



