21 ottobre 2026

to talk, to breathe maybe to live


 
Abbiamo quest'idea del linguaggio come espressione di qualcosa, idee per lo più, che abbiamo già formate dentro di noi. Forse non è propriamente così che vanno le cose. Parlare, specialmente in pubblico, mi costringe a fare un uso coerente del fiato, il tono della voce, le pause, le sottolineature, articolare una frase intera, di seguito e senza pausa. Parlare è un modo per ricordarmi di respirare, e aumentando la distanza dalla quale guardo il fenomeno, di vivere, in buona sostanza. Dato per certo il primato della respirazione nella gerarchia delle nostre fisiologie, vivere perché respiro per parlare ed esprimere quel che m'alloggia dentro mi pare già qualcosa di notevole. Ma non mi basta, no. Mentre parlo e respiro e vivo ho immagini che m'attraversano e si scontrano e in queste collisioni vedo formarsi altro, inaspettato, insperato. Parlare lascia emergere cose che non sapevo o non ricordavo o che non avevo mai associato. Parlare definisce i contorni di certi pensieri che altrimenti non. E poi c'è scrivere. Il discorso qui si fa ancora più complesso e lo salto a piedi pari, per ora. Infine c'è la poesia, quella scritta, quella sentita e messa giù, magari aggiustata o col di troppo cancellato violento con la biro, quasi a bucarlo il foglio.
Wittgenstein pensava al linguaggio verbale come a una cassetta degli attrezzi, ognuno con la sua specificità di utilizzo, le pinze, il cacciavite o lo scalpello. La poesia è fare di quegli attrezzi un uso improprio, nuovo e insospettato. O abbinarli in maniera che abbiano un senso. Una falce, un martello, per esempio.
 
ph, hyperstill : : a persian bird
 
on air/ matchin criteria : : before before after 

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