Abbiamo quest'idea del linguaggio come espressione di qualcosa, idee
per lo più, che abbiamo già formate dentro di noi. Forse non è
propriamente così che vanno le cose. Parlare, specialmente in pubblico,
mi costringe a fare un uso coerente del fiato, il tono della voce, le
pause, le sottolineature, articolare una frase intera, di seguito e
senza pausa. Parlare è un modo per ricordarmi di respirare, e aumentando
la distanza dalla quale guardo il fenomeno, di vivere, in buona
sostanza. Dato per certo il primato della respirazione nella gerarchia
delle nostre fisiologie, vivere perché respiro per parlare ed esprimere
quel che m'alloggia dentro mi pare già qualcosa di notevole. Ma non mi
basta, no. Mentre parlo e respiro e vivo ho immagini che m'attraversano e
si scontrano e in queste collisioni vedo formarsi altro, inaspettato,
insperato. Parlare lascia emergere cose che non sapevo o non ricordavo o
che non avevo mai associato. Parlare definisce i contorni di certi
pensieri che altrimenti non. E poi c'è scrivere. Il discorso qui si fa
ancora più complesso e lo salto a piedi pari, per ora. Infine c'è la
poesia, quella scritta, quella sentita e messa giù, magari aggiustata o
col di troppo cancellato violento con la biro, quasi a bucarlo il
foglio.
Wittgenstein pensava al linguaggio verbale come a una
cassetta degli attrezzi, ognuno con la sua specificità di utilizzo, le
pinze, il cacciavite o lo scalpello. La poesia è fare di quegli attrezzi
un uso improprio, nuovo e insospettato. O abbinarli in maniera che
abbiano un senso. Una falce, un martello, per esempio.
ph, hyperstill : : a persian bird
on air/ matchin criteria : : before before after

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