21 luglio 2026

mezzo cucchiaino di zucchero da girare finché


 
Hai raccolto foglie, piccoli rami, mai fiori 
l'hai sempre conservata la bellezza, in qualche modo 
ho pensato che ti avrei scritto ogni giorno qualcosa, una frase, anche solo una parola. 
Quella pensata se avessi bevuto il primo caffè del giorno nella tazzina tua.
 
on air/ gaia banfi : : 7 

30 maggio 2026

(*) tanto vale ascoltare il reggaeton

 



Uno dei commenti classici sotto alcuni video di YouTube, canzoni emotivamente rilevanti ovviamente, è: questa la voglio al mio funerale. E chi tra noi non l'ha mai immaginato il proprio di funerale? Ci diciamo che ci sarà talmente tanta gente che la chiesa esploderà, gli amici in lacrime, i parenti forse meno ma comunque dispiaciuti della nostra dipartita, il prete cercherà parole adeguate, un amico a singhiozzare un ricordo al microfono delle letture e poi, alla fine, questa canzone. Mentre il servizio funebre sfilerà lungo il corridoio centrale della chiesa con la bara in spalla, le note, se possibile, porteranno allo stremo le ghiandole lacrimali dei presenti. Qualcuno gli si rizzeranno i peli delle braccia, altri slacceranno l'ultimo bottone della camicia equivocando la causa di quel nodo alla gola. Arrivato il climax della canzone, man mano scenderà l'intensità, la fila per firmare il registro rosso dei presenti comincerà a diradarsi come il fumo dell'incenso. Finito il pezzo, la bara ormai fuori. Di nuovo immersa nel rumore di fondo della città col sole che inonda gli occhi ancora lucidi di alcuni mentre altri metteranno a fuoco che quella cosa che continua ad agitargli lo stomaco forse, a quest'ora, è fame. 
Pianificare la musica al proprio funerale, ci concediamo quest'unico atto estetico completamente libero. Nessuno potrà criticarci, scelta pretestuosa o meno, siamo finalmente fuori dalla mischia.
Il problema è che non ci saremo. Tutta questa coreografia elaborata, chiesa, lacrime e musica, la costruiamo per uno spettacolo di cui siamo pretesto, non spettatori.
E la canzone, scelta con cura anche lei, andrà avanti senza di noi. Continuerà a commuovere altri, che scriveranno nei commenti di volerla al proprio funerale. 
Tanto poi ci sarà una perpetua anziana quanto rigida che sul più bello gli abbasserà il volume. (*)

on air (at the funeral) 

genesis : : firth of fifth (steve hackett_guitar solo)

9 aprile 2026

pratica & ritualità

 



Ci vuole una catena di tappi di bottiglia di birra, ripegati uno a uno con una vecchia pinza, attorno a un pezzetto di fil di ferro che inizia e finisce con un occhiello. Si ripete ogni volta, ce n'è uno a ogni inizio e ogni fine. La catena di tappi si accosta a tante altre sorelle catene, tenute insieme, in alto da altro fil di ferro che le imprigiona solamente per un'estremità a un vecchio bastone, preso da un ramo del noce colpito da un fulmine, chissà quanto tempo fa. il ramo, mondato dalla corteccia, è lungo tanto la larghezza di una porta. Le catene, i tappi, il bastone fissato sopra lo stipite, insieme fanno due cose: tenere fuori le mosche dalla cucina e, ogni volta che si varca la porta, un suono che mi rimarrà dentro per sempre. Raccontare mio nonno è una storia come questa, lui seduto davanti casa a piegare tappi di bottiglia di birra con una vecchia pinza o lucidare le scarpe buone prima di uscire. Orologio con catenella nel panciotto, camicia pulita, capelli ravviati indietro come quegli attori del cinema muto. Il suono della tenda di tappi a Borgo san Pietro è il soundscape del ricordo, di quella casa, delle estati da giovanetto, di mio nonno. Raccontare la complessità della relazione padri/figli è raccontare la fine di quella tenda fatta di tappi di bottiglia di birra pazientemente piegati uno a uno. Mio padre non la buttò, o meglio, non si limitò a buttarla, la seppellì piuttosto. Sotto un non mai specificato albero, melo, susino, pesco (?) su, al terreno accanto al camposanto.
Quale fosse la spinta dietro un simile gesto non l'ho mai saputo. Era na cosa vecchia si è sempre difeso, fino alla fine. Raccontare la complessità del rapporto padri/figli è far caso alle alternanze del gradimento della pastasciutta tra diverse generazioni. Mio nonno amava gli spaghettini e ben cotti, mio padre, che spesso gli ha rinfacciato l'obbligo a quella specie di colla per pranzo, obbligherà poi me alle linguine crude. Il fatto che mia figlia sia amante della pasta al dente vi anticipa le mie preferenze in fatto di cottura. Raccontare il suono dei tappi di bottiglia di birra, della pasta lunga, del tempo di cottura, ricordare e raccontare, scegliere le parole che definiscono al meglio i colori che rimangono dentro, le pause, la punteggiatura, la respirazione se sei uno che legge a voce alta. Complessità, che non è una cosa complicata, beninteso.
In certi ricordi ci trovo il modo di raccontarle le cose difficili a dirsi, similitudini e paralleli, esempi e faicontoché.
Il mio amico è direttore della fotografia, a giorni in pensione dopo anni di RAI. Appassionato di cinema e fumetti, oltre che di musica, tanto tempo fa mi raccontò come di una sua impressione, uno strano accadimento, complicato a spiegarsi: il fenomeno dell'autodeterminazione dei corpi illuminanti.
Qualcosa del tipo: è inutile che impazzisci cercando di capire quale sia il posto migliore dove piazzare una luce, è lei che te lo dice, che ti impone uno spostamento, ti consiglia dove metterla facendoti una proposta che non puoi rifiutare. Come un mafioso qualsiasi. Serve solo ascoltare e dargli retta.
Il risultato non è una fotografia politica ma l'unica esteticamente e razionalmente possibile. Il primo piano del personaggio in un momento di riflessione e ripegamento su sé stesso abbisogna di un taglio di luce specifico, qualcosa di preciso, riconoscibile e che arrivi dritto al cuore del telespettatore per il tramite dei suoi stessi occhi. Il fatto che certa televisione alla fine del millennio abbia appiattito il tutto al fine di non far sfigurare le pubblicità, ha creato uno scarto nel messaggio. Da quel momento sì, si può parlare di fotografia politica. La luce, quel corpo illuminante che si autodetermina e si affranca, un direttore della fotografia che asseconda il processo naturale e lo facilita è un mediatore tra bellezza e spettatore. Motore e mentore del pensiero critico, pericoloso entertainment.
E' un rapporto col reale radicalmente differente rispetto la pittura, quello della fotografia. Questa attesta un ça a été questo è stato*, che non è verisimiglianza bensì compresenza fisica tra soggetto e luce che impressionerà la pellicola. Un quadro è un idea, la foto una traccia che contiene un segno, un dettaglio che punge, ferisce, cattura l'attenzione senza preavviso. La luce decide, soggettiva, incomunicabile, sfuggente a qualsiasi codice. Un dato genuinamente esistenziale, autobiografico, eppure.
Solo i tessuti sanno è qualcosa che molti osteopati portano dentro, tatuata l'anima di tanta convinzione. Niente test, ascolto, semmai. Il tessuto conosce quelle che sono le possibilità, le risorse, quel che può e, soprattutto, non deve dire. E' così che il corpo si tramuta in luogo di pensiero. Come avere un mondo tra le mani che parla una lingua intesa dalle dita solamente.
E' ascolto e rispetto, come la luce che da sola sa cosa deve (o non può) illuminare.
È l'oggetto che decide, che definisce e suggerisce. I tessuti, la fascia, diviene medium, così come la luce per l'occhio, infine il cuore. Ecco. Era solo questo.

*La camera chiara, R. Barthes 

 

on air/aka5ha : : inverno '96

5 marzo 2026

rigore & libertà

 


Il computer è acceso 

la luce del monitor si proietta attorno 

arabesca e disegna di continuo un test di Rorschach sul muro. 

Un'auto passa sotto le finestre 

i suoi fari agitano le ombre e queste finalmente smettono di ricordare 

ora foglie ora farfalle. 

Dalla parte opposta della strada, nel palazzo di fronte, al quarto piano, c'è qualcuno che senza nemmeno spogliarsi si distende

immerso in un sonno senza sogni e ignaro che in cucina, in una boccia troppo grande, sta nuotando in tondo e senza sosta un pesce rosso. 

Lasciato solo perderà man mano il suo colore.

 

on air/mark kozelec : : celebrated summer

23 febbraio 2026

non le lamiere, non i decibel*


rabbia. indifferenza, intensità 

hai paura del buio?  

nei giorni di festa mi sveglio già stanco
anche se quando dormo, sogno
immagino niente e nel niente mi sono perso 

quelli che credo siano i miei compagni non ci sono più 
sotto, nell'erba alta, è pericoloso
sto arrampicato sull’unico albero, la notte mi sta addosso fintanto la sua alleanza con la paura 

mi tengono sveglio versi orrendi di predatori e sbatter d’ali in fuga 
il mio è un odore facile da percepire e prima o poi dovrò scendere per bere alla pozza 

quella sul limitare della radura 

resisto e dovrò farlo almeno fino all’alba, quando da quassù mi sarà più facile vedere chi mi dà la caccia.
penso al villaggio, riesco quasi a vederlo e anche se non metto davvero a fuoco quella è la tua porta, chiusa, i resti del fuoco ancora caldi 

i tuoi cani distesi dormono anche se con un orecchio diritto

guardo giù. Sei sveglia? 

sarebbe bello fossi sveglia, sarebbe bello che invece tu guardassi in su 

mi vedresti spaventato e sporco, assetato e solo

mi vedresti a pensarti sveglia e al sicuro. Almeno tu.


on air/mia martini : : donna sola 

*elettrojoice : : nessuno (1996) 

5 dicembre 2025

le ricette di Clara

 



Mia madre, Clara, era nota per la pasta, i sughi e anche le carni. Cose da mangiarsi a pranzo o cena, tuttalpiù. Il pesce no, nonostante ne fosse ghiotta, non aveva proprio nozione di come si cucinasse. Mio padre, Nicola, odiatore di lische e spine, ovviamente non se ne fece mai un cruccio. Per lui la sola cosa importante era che la pasta fosse al dente, piuttosto prossima alla crudezza, direi ma questa è un'altra storia che, come mio padre, merita uno spazio proprio e indipendente. Mia madre quindi, eccezion fatta per il pesce, rispetto ai pasti principali si è sempre adoprata per non farsi parlare dietro. Ecco.
Figlia della guerra, per questo motivo non ebbe mai l'abitudine di mangiare appena sveglia, per cui in famiglia non verrà nemmeno ricordata per la colazione quantunque rispettosa di tradizioni come uova toste e corallina la mattina di Pasqua. Non manifestò mai interesse per cappucci, briòsce o spremute salutari.
Appena sveglia, dopo il caffé della moka, si cimentava con sedani e carote, cipolle e odori vari. Direttrice implacabile di soffritti rumorosi quanto odorosi, responsabile inconsapevole dell'acquolina nella bocca di chi si avventurasse per le scale tra le otto e le nove del mattino. Il pomodoro pelato rovesciato nella piletta smorzava per pochi attimi quel profumo per poi, subito dopo, trasformarlo in qualcosa di ancor più irresistibile. Abbassava subito il fuoco di modo che la cottura fosse lenta e quell'odore man mano evolvesse in quello che probabilmente si può annusare in paradiso.
Ora...questa cosa del paradiso mi è venuta in mente in maniera spontanea, anche se nel merito (del paradiso) non mi pronuncio in quanto agnostico, benché da tempo io sostenga piuttosto l'esistenza di un inferno: qui, ora e proprio sulla terra. Mia nonna Clelia, nome romano antico ma nata maremmana di confine, aveva imparato i segreti e le arti della cucina della tradizione romana dalle amiche del ghetto. Mia madre aveva per cui imparato da un mash up di saperi & sapori ad oggi difficilmente replicabile.
Mi viene da pensare che lei in realtà volesse convincere le giudìe amiche di Clelia e tutti gli infedeli e gli scettici a venire come me, che, invece sì, un paradiso esiste e il profumo di quel sugo ne è riprova. Qualcosa del genere, credo. Mamma certe mattine d'estate, a Borgo San Pietro, si lasciava coccolare dalla suocera, Maria, con l'uovo sbattuto corretto al caffé. Me le ricordo sedute una di fronte l'altra in cucina, a inzuppare quei biscottoni all'uovo tipici della zona. Il resto dell'anno, in città, credo s'ignorassero benevolmente, così come mia madre ignorava la possibilità di fare colazione con altro che non fosse il caffé.
Per creare il cosiddetto scarto questa categoria culinaria si chiama ricette di Clara e la copertina è un cornetto anche se Clara spesso chiamava mio padre maritozzo. L'unica cosa desiderasse davvero, di mattina.

on air/massive attack : : silent spring w/elizabeth fraser



21 novembre 2025

homecoming, a sort of









In autostrada da solo

montagne ormai rosse e ocra e gialle mi scorrono davanti

brillano contro il bianco del cielo

e mi si stringe il petto.

Respiro appena, senza fiato né parole

sto dentro agli occhi che guardano le montagne, ed è così

(in un cerchio che mi spezza)

che arrivo finalmente.

Ripagato con l'orgoglio, moneta fuori corso.

Dentro ho il rumore delle foglie secche

quando le calpesti per il solo gusto.

Dentro sono fatto di sogno

di falce e di martello

di sudore.

A tutto ciò abbaia il primo cane che incontro sulla strada

per tutto ciò è così rosso il frutto della rosa canina

a causa di ciò mi sento tenda che si gonfia al vento.

Sporco di foglie e polvere

vanno sottobraccio

occhi e pensieri con le parole scritte sui muri.

Al sole di novembre cammino verso casa

all'ombra mia s'accosta la gatta solita.

Insieme torniamo.

Ci scrutano le cornacchie, rintocca la campana


on air/thomas feiner : : guide for the perplexed



5 novembre 2025

4_11


Capranica Prenestina, il giro è il solito: camposanto, commozione, passeggiata nel bosco, scatto foto cogli occhi ancora lucidi, comunque sfocate. Il 28mm mi sembra condizioni la macchina su una taratura sballata della luce. Per fare foto decenti devo sottoesporre. I'm underrating light, not life. Quella non smette mai di stupirmi né d'innamorarmi. Al momento del sempre le stesse cose qualcosa dentro mi suggerisce di andarmene, non prima però di aver comprato al forno biscotti e un mezzo filone di pane. Scendo a valle di una decina di chilometri e prima del bivio di Castel San Pietro mi fermo a mangiare. Chi conosce il luogo apprezzerà la scelta. Non c'è campo, nessuna distrazione, niente messaggi né mail. Seduto con un quartino rosso e una mezza Nepi davanti, tiro fuori la D80 dalla custodia e faccio un rapido controllo di quel che ne è venuto fuori.
Nel frattempo arriva il raviolo col ragù, una di quelle cose che il mood te lo cambia, pure se stai preso bene.
Le foto non sono poi così male, ecco. Potenza della combinazione sugo che ha sobbollito il giusto e un bicchiere di vino, quello dei giusti. Giusti è un amico del mio migliore e io lo chiamo fattapposta ma questa è una storia di Maremma e qui siamo appena sopra Palestrina, per dire.
Il fatto che sia da solo mi stimola ma che non ci sia nessuno a darmi un freno rischia di far precipitare questa nota diaristica. Svaccare credo sia il termine tecnico.
La bella signora dai capelli rossofuoco esce e si accende una sigaretta, mi viene naturale un sorso rossovino. Avrei voglia di chiederle se posso farle una foto, il sole dietro di me di tre quarti sul suo viso, il muro bianco appena venato di nerocrepa darebbe risalto ai capelli.
Ha già finito, rientra e ora è ineluttabilmente controluce. Non me la rischio la foto. Magari l'abbacchio alla brace arriva subito. Sostituire desiderio carnale con carne vera e propria è una soluzione percorribile, vincente nella combinazione giovane ovino con una delle cicorie ripassate più buone di sempre.
La roscia è arrivata al dolce, mi è d'anticipo di una manciata di minuti, il vino è finito e io resto sulle mie posizioni, anche per me arriverà la panna cotta, infine caffè e amaro a raffreddare un po' il tutto.
Il cibo è perdente nella sfida col sesso, ne sono piuttosto certo, comunque mitiga cattivi sentimenti. Il caffè invece è cavaliere, tiene aperta la porta alla grappa ben sapendo che lei finirà per ucciderlo. Terminare pensieri e pranzo con l'ammazzacaffé è segno di buona educazione. Tanto tempo fa riuscii a scrivere una cosa proprio a partire dalla questione: caffè o grappino? Risolvendo pagine e pagine dopo con un laconico “ma perché non ce li meritiamo tutti e due?”
Castel San Pietro col sole è pure troppo, mi abbaglia l'intera giornata e mi stanca. Vado a zonzo per il paese con la Nikon al collo come un inviato di guerra, anfibi, mimetica, felpa nera. Due anziane signore sedute davanti la porta di casa mi guardano con sospetto mentre circospetto aspetto il momento, la luce, un segnale qualsiasi che è tutto perfettamente allineato per fotografare un vaso di fiori. Mettere a fuoco i petali, sfocare uno sfondo che il mare lo lascia appena intendere. Immagina l'urlo di un gabbiano, l'odore di creme solari, onde che vanno e tornano, inevitabili. Stanno già lì, pure se siamo in montagna ed è autunno pieno, inevitabili. Ricordi e fantasie, domande? Sempre le stesse.
Sono qui oggi, bada bene, oggi, non ieri né domani. Quattro novembre. Sessant'anni fa nasceva Elena e medesimi giorno e anno la famiglia Silvi migrava da Casalbertone a Via Prenestina.
Il ritorno è in macchina, coi vecchi ciddì a cantare a squarciagola sbagliando, obviously, tutte le parole ma non fa niente.
L'importante è urlare
sentirsi prima di farsi sentire
capirsi il giusto
lasciare comunque un margine
rispetto del ritmo e delle possibilità
e arrivare dal lato debole, quando possibile.
Lì, da dove nessuno se lo aspetta.

playlist del giorno:

Ahmad jamal : : Autumn leaves
James Blake : : Limit to your love
Bill Withers : : Who Is He, and what is he to you?
Bruce Springsteen : : Blinded by the light
Sun Kil Moon : : Carry me Ohio
Husker Du : : Private plane
Il disordine delle cose : : L'altra metà di me stesso
Temple of the dog : : Hunger strike
Verdena : : Nevischio
Andrea Lazslo De Simone : : La nostra fine


16 ottobre 2025

basketball diaries, the real


 

I diari della pallacanestro è un libro di Jim Carroll, musicista e scrittore. Di natura autobiografica narra le vicende del protagonista e dei suoi amici tra disagio, campetto di basket ed eroina. Nei sobborghi di New York evidentemente la pallacanestro non era così potente. A Roma, noi, preferivamo giocare.


La passione spietata di un giovane artista inizia come un bacio, prosegue come una maledizione.

(Jim Carroll, eight poems for Kurt Cobain)


I campetti erano dei preti, per lo più. “Vuoi giocare? Vieni a messa” o qualcosa del genere. Ci piaceva giocare e stare insieme per cui il ricatto si tollerava, in qualche modo.

La pallacanestro era una cosa diversa, non si faceva goal, i contatti erano proibiti dal regolamento e, soprattutto, non si giocava coi piedi. Quando prendevi a calci un pallone questo pressoché immediatamente produceva una bolla di camera d'aria nera che fuoriusciva dalla frattura dell'arancione attorno; il bozzo lo chiamavamo. Al pallone col bozzo restavano pochi giorni di vita, riuscivamo all'inizio a giocarci lo stesso nonostante questo rimbalzasse tendendo a cambiare direzione, quasi fosse una di quelle palle pazze comprata al distributore delle gomme da masticare. Noi, stoici, folli e disorientati comunque giocavamo, il bozzo aumentava di dimensioni e infine, consumato da una situazione spinta oltre ogni limite, si bucava. Sgonfio, deforme restava sul terreno, sotto al canestro. Noi lo guardavamo con un misto di rabbia, delusione ma anche gratitudine negli occhi, per aver resistito così eroicamente fino alla fine.

Devo dire che messa giù così era una pallacanestro che in effetti poteva fare da prodromo all'eroina, di certo più delle canne verrebbe da pensare. Per questo, ma non solo, tendevamo a essere parecchio aggressivi nel momento in cui un povero disgraziato tanto cortese quanto ignorante (nel senso che ignorava tutta la tirata del bozzo e delle sue conseguenze) faceva anche solo il gesto di restituirci la palla sfuggita dalla recinzione del campo con un calcio di mezzo collo esterno: “oooooooohhhhhhh caazzzzoo faiiiii? Noooooo!”


Al netto di preti, messe, bozzi e palloni ingovernabili noi non eravamo come gli altri. Noi non giocavamo a pallone, giocavamo con il pallone e lo facevamo con le mani e questa cosa ci distingueva, in qualche modo. Eravamo differenti e chissà se per questo l'eroina, alla fine, ci avrebbe solo sfiorati.


on air/who is he : : bill withers

photo : : il Nero

27 settembre 2025

spazzati via gli anni (come fossero briciole)



Più di trent'anni che lo ascoltiamo, con la band prima e poi da solo anche se solo non è mai stato, con accanto sempre un pugno di fan fedeli a quella linea fatta di pochi accordi, quelli giusti, di testi all'apparenza criptici ma pieni di senso che appanna i vetri. Ha cultura musicale Filippo Gatti, sa della musica americana quella che ci ha cresciuti tutti, ma anche di quella italiana, quella che abbiamo dentro, spesso senza nemmeno rendercene conto. 
Del set acustico al Folkificio, posto bellissimo quanto piccolino, scelgo la memoria libera; registrato assieme a Bruno Lauzi nel 2000 e inserito in quel tutto sta per cambiare, disco che dovreste ascoltare almeno una volta nella vita. La versione di questa sera, asciutta e acida come non l'avevo mai sentita, è l'esempio della sua scrittura: canzoni che pescano nel suo mondo e nel suo tempo ma a sentirle venticinque anni dopo non perdono neanche una molecola di attualità né di coerenza.
Il resto della scaletta, medesimo il livello interpretativo, ossia altissimo, scorre fluida. Pubblico di una quarantina di persone, ché di più non ci vanno, attente, emozionate e perché no, grate. Filippo l'ha sentita l'attenzione, l'ascolto fatto non di sole orecchie e ha ricambiato con un concerto di livello, senza un errore, una sbavatura. Voce mai sopra le righe, ma che sa vibrare e farti vibrare assieme. Aspettiamo il disco (viaggio sentimentale) e intanto mettiamo sul piatto il mini-vinile col grandeverde

Mangia coi libri 
Pensa coi piedi
Parla coi guanti
Prima ricorda di essere uno
Dopo puoi essere in tanti
Per essere uno 
Devi fare un passo avanti

qui una recensione di quasi vent'anni fa

19 settembre 2025

stop, hey, what's that sound everybody look what's going down




Il vibrato della voce di Chrissie Hynde su Everyday is like sunday è una mano che prende la mia come a dire "andrà tutto bene", tutto in effetti si sistema in modo tale che a volte non capisco, almeno non subito. Una vita che s'incastra come le pietre di un muretto a secco, più passa il tempo e più diventa solido e duro a buttarsi giù. 
Acquista forza col tempo, fatta di crescente capacità d'indifferenza a cementare l'insieme questo però non toglie la curiosità che mi tiene costantemente col naso all'aria. Anche, spesso, nella bufera.
Aria elettrica mi ricarica, lampi m'illuminano attorno, tuoni mi tengono sveglio. E continuo, quindi. E penso.
La persona più importante che mi sia capitato di incontrare, e trattare, è stata senza dubbio Ines, quasi venticinque anni fa, ormai. Non ricordo esattamente se riuscissi a trattarla distesa o solo seduta, novantenne almeno, ricordo che non mi parlò subito, almeno della sua vita. Sapevo chi fosse, certo, ma certe cose mi piace siano i pazienti a raccontarmele, come se col mio lavoro riuscissi in qualche modo a meritarmelo, non so se capite. (Sicuro che capite...)
Mi regalò il suo libro, memorie a un primo sguardo, il racconto di un amore, a leggere meglio. L'amore per Mario, amico di Tobino, biondo era e bello il figlio del farmacista. Mario medico, Mario partigiano, Mario che sapeva di essere due..."noi e il destino e non è detto che non si possa vincere". 
Trattavo Ines, novantenne ormai, poi tornavo a casa e con Elena si aspettava in qualche modo l'arrivo di Sofia. Le torri ancora erano lì, gemelle contro il cielo. 
Ripenso alla voce di Ines e a quella di Elena, le immagino più che altro, che vibrano e cantano: ogni giorno è domenica. E tutto andrà bene.


qui c'è Mario
qui Ines

on air/nicole croisille : : dawn comes alone

14 agosto 2025

|=Я33 |o4l35t1Й3




Le formiche è uno scoglio piatto di fronte Ansedonia, quasi mai visibile a meno che il vento da nord ripulisca il mare dalla foschia.
Il vento di sud ovest invece porta il rumore dei motori delle barche
puzza di gasolio
prepotenza dei ricchi.
Le zanzare in Feniglia ti analizzano il sangue prima di succhiarlo
forse hanno paura
di chi si è fatto il sangue cattivo
sangue rosso, ad ogni buon conto.
Vado bighellonando prima di arrivare in spiaggia
passeggio e penso
perdere tempo non è mai tempo perso
e che mi piace dormire tra lenzuola comprate usate a Porta Portese
le lavo e le disinfetto, chiaro
i sogni che ci faccio sono mica i miei.
Altro il contesto, i colori
e non ho paura di avere incubi altrui.
Sono sempre i miei i peggiori, mi dico.
Poi penso a un qualsiasi palestinese. A G4za. 4desso.

11 luglio 2025

contemporary

 


Non so che fine abbia fatto il cuore della mia penna
il foglio non sembra preoccuparsene
figuriamoci il tumulto che mi porto dentro
un battito così irregolare non avrebbe giovato
a quelle linee mai una uguale all'altra
quei tondi mai tali
ai pochi punti
le niente virgole,
mai. Come se dover respirare fosse colpa grave tra una frase e l'altra.
Prendo aria
deglutisco e scrivo
vorrei fuoco e speranza. Al contempo.
Vorrei saggezza, meraviglia, empatia, e brillare di
questa condizione umana così complessa.
Scriverei di identità, relazioni, perdita, lutto, tenerezza, verità.
Ma il cuore della mia penna non si trova
né le parole giuste
il ritmo
il senso
una casa di pietra
tra case di pietra
tra gente quieta e ordinata
vorrei un posto dove
se il tempo passa non te ne accorgi
e per me che non porto mai l'orologio sarebbe manna dal cielo
le nuvole mi nasconderebbero al sole e la mia ombra non potrebbe indicarmi l'ora
meridiana di me stesso, inutile come l'orologio che non ho.
Come una penna con un cuore.


on air/ qur'an shadeed : : dreams

19 aprile 2025

soil




Il contadino lo riconosci da come cammina
non per una questione di scarpe grosse
ma per il passo pesante
come se lui il suolo lo aggredisse.
Prima che la terra uccida lui.
Ché chi mena per primo mena due volte.

on air/ dana gavanski : : I talk to the wind

22 marzo 2025

flyin' stones


 

Nel '92 ho trent'anni e non so ancora niente
non ho ancora capito quanto un quadro o una foto, possano diventare la scintilla di una storia: la propria.
Raccontarla, poi, siamo d'accordo sia solo un esercizio ma la sua origine, in effetti, possiamo a tutti gli effetti, ripeto, considerarla oscura e remota. Il prodotto dello scambio di una vocale per una consonante: da caso a caos, per esempio. Oppure uno sfocato dovuto a un errore di apertura del diaframma e d'impostazione del tempo di scatto.
La profondità, quella di campo ma non solo, spesso è frutto di un errore. Tuffati un po' più verticale e ti ritrovi nel verde più profondo che il lago possa offrirti, in Agosto. Nel '92 ho trent'anni e almeno questa cosa della relazione tra verticalità e profondità l'ho capita. Grazie al verde e alle estati del lago.
Nel '92 ho trent'anni e scatto foto sbagliate. Qualcuna ora mi accende.
Le parole dei pittori sono povere rispetto alla loro pittura
A trent'anni le parole che uso non riescono a descrivere quel che mi succede e oggi, dopo trentatrè anni, la vita intera del povero Cristo, mi sono convinto che chiunque scriva ciò di che gli è accaduto nel corso del tempo operi una finzione proprio per l'inadeguatezza delle parole. Cionondimeno sento di doverlo fare e proprio mentre guardo una foto di oltre trent'anni fa.
Il Bianco&Nero lo considero il colore dei ricordi perché da due colori si generano infinite combinazioni di grigio delle quali nella realtà possiamo percepirne qualche centinaio solamente, comunque bastevoli a descrivere a noi stessi, nel cassetto dei ricordi, tutte le sfumature di cui sono fatti. Nel '92 ho trent'anni ma lo so che il tempo dentro di noi la modifica la realtà, di quell'attimo pieno di colori e luce calda resteranno impressionate le nuances, le luci e le ombre. Contorni che gli anni confonderanno sempre più, volti che non riusciremo più a rammentare, sfocature. Sfumature di bianco e nero.
“Tanto vale prendere un Hilford 400 ASA” devo aver evidentemente pensato. Poi apro troppo senza calibrare la macchina fotografica sulla sensibilità della pellicola. Sbaglio foto spesso e altrettanto non trovo le parole ma alla fine sono loro a trovare me. Quando sono in mutande e non ho ancora preso il caffè.
Nel '92 ho trent'anni, Thelonius Monk e Husker Du in cuffia, il pallone mi ha fatto un callo sull'anulare, tra prima e seconda falange che quando gioco a pallacanestro si apre. Sanguino ed è maglie sporche e sudore e tanto altro che conosce solo chi ha imparato che giocare, come vivere, è questione di ritmo. Nel '92 ho trent'anni e una ragazza bellissima accanto. Adesso che ci penso non ci ho mai ballato.

on air/ interpol : : slow hands

24 novembre 2024

talkin' quietly

 



Il sapore che resta non è lo stesso di quando dovevi correre, poi.
E il profumo della pelle bagnata, le domande che ci scivolavano sopra
mentre intorno tutto ascoltava attentamente ogni risposta.
L'amore vero aspetta
e in ogni attesa si nasconde il desiderio
mia madre mi diceva di non avere fretta
mio padre chiedeva giudizio
io di restare ancora un po' a letto, dopo la sveglia.
Mi piace l'odore che persiste
chiuse ancora le finestre, prima del caffè.
Così da continuare a percepirli, in qualche modo, i sogni.

on air, sun kil moon : : carry me ohio

8 settembre 2024

Lovin' Cicolano and sweat, reprise



Rallenta il respiro
il battito si dirada
foglie di menta tra le dita, ci gioco a passi lunghi.
Aroma persistente.
Ai lati fiori di lavanda, sul sentiero pietrisco e niente tracce.
Anche volessi seguirmi, a scanso. Comunque.

2 giugno 2024

(l'amore che) non accadrà




La bellezza nei gesti minimi
eleganti anche appena sveglia
quelli spiati di nascosto
un occhio fuori dal cuscino, l'altro ancora perso nei sogni tuoi.
Lasciati lì a diradarsi piano, prima della sveglia.

on air, genesis : : afterglow

24 novembre 2023

Abbiamo tutti un blues da piangere

 


Ricordo che dal quaderno alzato lo sguardo lo allungai sui campi e sulle colline, di lato alla casa.
Il mare del giorno prima ancora bruciava e il sole invitava già a nuotarci.
Poi ogni parola riprese il posto suo, la penna la mano, lo sguardo il foglio.
"Immaginare è integrare, rendere sensibili concetti empirici e astratti. A rovesciare paradigmi l'infinito arriva prima e subito appresso quella siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude, per esempio."
Ti amavo se avevi una sbavatura di quel rossetto che non mettevi mai, se bevendo il caffè amaro facevi una smorfia, quando correvi per sfuggire la sabbia bollente, il tuo ostinato rifiuto di fare il bagno col mare mosso. Ti amavo e non capivo perché tu, bellissima, ti considerassi mai tale. E le tue occhiaie dopo la terapia, e i nostri silenzi difficili. Questo immagino al ricordo di quei campi e quelle colline. Brucerei ancora di quel mare, nuoterei nel sole.

foto : : Elena

4 novembre 2023

Vibration (yeah)



Il mio nome lo scrivo sulla riva sinistra del fiume
libri e quaderni, la penna e un coltello arrugginito
(un Opinel svizzero, je l'aurais dit une fois)
al tramonto tra i palazzi è lingue di fuoco
serpeggiano, tagliano strade
ai muri di cinta riservo parole in nero
e tutto s'infrange sullo scoglio che sono, ormai
onde e schiuma sui capelli
non li taglio da un pezzo, ho il petto largo
e il fiato giusto per non smettere di urlare.
La notte è già nelle mie mani
ombre che cadono dagli alberi disegnano danze sulle strade.
Le guardo e per un istante
(juste un coup d'oeil)
ogni dolore si confonde nell'asfalto.
Per un attimo mi persuado che tra le mie dita la notte di Roma riuscirà a dormire. Stavolta, almeno.