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6 gennaio 2011

times like this

Era vecchio ormai, capelli canuti e radi, arti smagriti, rughe profonde sotto gli occhi.
Non poteva fare a meno degli occhiali per leggere qualsiasi cosa che non fosse un cartellone pubblicitario.
L'unico contrasto alla barba candida era una bocca carnosa e rossa, la incorniciava, come a cingerla d'assedio.
Per questo forse ogni parola pareva sparo o esplosione.

1 maggio 2009

turn off, turnover (anche il silenzio è un ritmo)

In gesti
sciolgo pensieri
come dita pazienti nodi troppo stretti
senza abbandonare spazi e tempi sincopati
oriento il mio sguardo dentro,
col cuore che batte.
ed è ancora meraviglia.

on air/

the beat : : mirror in the bathroom

24 marzo 2009

non c'è nave, non c'è strada

il suo sguardo è un viaggio
attraverso il deserto delle mie possibilità
attento a dove mettere i piedi
non puoi più vedere il cielo.
poca luna negli occhi è come trappola
o catena
per chi come me ha imparato a scodinzolare
ma resta sempre un lupo.


on air/

deer tick : : still crazy after all these years (simon & garfunkel cover)

31 dicembre 2008

sitting bull

camminava cadendo di continuo in maniera molto naturale, quasi fosse per lui un normale andare.
mi guardò
mentre lo guardavo
i segni sotto i suoi occhi non sembravano più rughe, erano invece pitture di guerra indiane.
si rialzò ancora una volta come se brandisse un'ascia dentro.


on air/

jeff buckley : : back in NYC (genesis cover)

26 dicembre 2008

you make me so real




quando improvvisamente si spensero i lampioni prima dell'alba la strada bagnata brillò di luce propria, così diffusa, così irreale, ogni singola goccia di pioggia non cadeva, pareva invece danzare portata dal vento freddo.
prima di prendere un caffè ogni singolo pensiero che mi passava per la testa era una stilettata tra le orecchie, un lampo  negli occhi, una scossa lungo la schiena ma camminavo diritto, a testa alta, per non dare soddisfazione a quella parte di me che continuava a torturarsi rifiutando di dormire, la notte.


on air/

meredith fierke : : make you real

7 dicembre 2008

time is tight

non sopportava l'idea di dover tornare per poi subito ripartire, preferiva allora restare nascosto a guardare le case e la gente, salutarli dentro di se, anche senza nemmeno un sorriso in cambio.


on air/

thao nguyen : : bag of hammers

obi best : : nothing can come between us



4 dicembre 2008

everything that dies someday comes back

albe scure si susseguivano invano
aveva giorni lievi davanti
che si dissolvevano
incrociando l'enigma del rosso
di tramonti così luminosi.


on air/

tom thumb : : atlantic city (springsteen cover)

25 novembre 2008

new day rising (reprise)

quando esci di prigione fuori fa freddo.
e non è inusuale pensare al tepore confortevole della vecchia cella e desiderare di tornare, anche solo per scaldarsi un po'.
ma importante è resistere, stringersi in un abbraccio dovuto, sfregarsi le spalle, alitare sulle proprie mani, battere i piedi se serve.
per questo motivo molte pene terminano in inverno. all'alba.


on air/

leo blais : : all in all

calico horse : : idioteque (radiohead cover)

12 novembre 2008

words spill from a drunken mouth



rimase a lungo a fissare il soffitto, incantato, stremato, ubriaco. La visione periferica dei muri lo incatenava lasciandolo al contempo libero di galleggiare in una realtà ovattata e alcolica. disteso sul pavimento inutilmente cercò con un colpetto del dorso della mano di far rotolare una bottiglia vuota a sezione quadrata, ascolta il tuo corpo, il tuo respiro, la pancia e il cuore  si disse 
la ami ancora?
 
non fece in tempo a trovare una risposta, poté solo girarsi su un fianco e vomitare.

on air

funkadelic : : can you get to that

photo by flick-it

11 giugno 2007

mind

Marylea portava sempre orecchini di bizzarra fattura che, ‬penzolando,‭ ‬raccoglievano anche le più minuscole stille di luce e le rimandavano brillanti tutto intorno.
‬pareva avesse un corto circuito perenne nella testa.‭
‬In effetti ai piani alti di TV corporation era considerata un vero vulcano e‭ “‬mind‭”‬,‭ ‬il nickname che Grant il BOFH‭ ‬le aveva subito attribuito,‭ ‬era davvero appropriato.
La prima volta che aveva visto Marv era stato un pomeriggio di primavera tarda, lei fissava dalla finestra la gente che passeggiava per il parco quando trafelato era entrato Mel nel suo ufficio.
- dove cazzo sono le liberatorie per le interviste di stasera‭? ‬-‭ ‬aveva urlato in preda all'ansia.
- Sono sulla tua scrivania da circa due giorni,‭ ‬Mel,‭ e per favore calmati ‬-‭ ‬aveva replicato lei,‭ guardando oltre le sue spalle per inquadrare meglio l'omone entrato subito dopo di lui.‭
Marv era in preda ad un attacco di inadeguatezza fuori del suo ambiente naturale ed aveva preso a balbettare qualcosa come‭ – ‬tranquillo amico,‭ ‬ti stà dicendo che è tu...tutto a...a....a posto‭ – ‬smise di balbettare quando notò che Marylea lo stava fissando.‭
‬Mel,‭ ‬dal canto suo,‭ ‬smise di agitarsi non perchè rinfrancato dalla notizia delle liberatorie pronte,‭ quanto sconcertato dall'improvviso silenzio del suo amico dietro di lui.‭ ‬Marylea riprese immediatamente possesso di quella imbarazzante dinamica e si presentò a Marv con un sorriso.‭
- oh..scusa Mary,‭ ‬lui è Marv,‭ ‬il mio amico che inchiostra devil alla marvel sulla quinta...ti avevo già parlato di lui‭? ‬-‭ ‬fece Mel.
- non mi sembra ma è‭ ‬comunque un piacere conoscerti..Marv.-‭  ‬continuò a guardarlo negli occhi,‭ ‬e a spargere attorno scintille dal cranio.‭ Marylea vedeva Marv fuori tempo e fuori luogo,‭ ‬di sicuro,‭ ‬ma quel ritmo unisono di neuroni lo sentiva oramai distintamente, come mai nella sua vita.‭  ‬
Con Mel aveva avuto una tresca leggera come pioggia d'estate,‭ ‬due anni prima,‭ ‬interrotta dalla tendenza di entrambi a guardarsi i piedi mentre camminavano equilibrandosi sulle rispettive vite,‭ ‬in poche parole la loro reciproca disposizione a cedere su alcunchè in favore della possibilità di qualcosa di duraturo era meno di zero.‭ ‬Qualcuno incolpa la città per questo,‭ ‬altri puntano il dito sulla voglia di emergere o sulla scuola che non insegna più nulla in merito a buoni sentimenti.‭ ‬entrambi sapevano di essere spiriti liberi e vogliosi di assaggiare il prelibato futuro ancora da cuocersi nel‭ microonde della loro esistenza.‭   

on air/melodium : : weird voices inside my head

3 agosto 2006

senza (soluzione di) continuità

-‭ ‬Due sistemi nervosi regolano la nostra esistenza,‭ ‬uno volontario e l'altro,‭ ‬si dice,‭ ‬fuori dal nostro controllo.‭ D‬issociati da più della metà di noi stessi senza renderci conto di quello che ci succede. Quando ci si accosta ad una possibilità di ascolto e‭ ‬si comincia a sentire qualcosa, se ci si è disabituati a sentire,‭ ‬se si è diventati impenetrabili,‭ ‬presuntuosi,‭ ‬protetti da una corazza di‭ ‬convenzioni e abitudini,‭ ‬diventa pericoloso.‭ ‬Può succedere di sentirsi in compagnia di persone che non solo non capiscono e non comprendono,‭ ‬ma che anzi ne sono terrorizzate,‭ ‬e ciò può essere,‭ ‬come minimo, imbarazzante.‭ Se‬ non si è più in contatto con i propri sentimenti‭ ‬se ne perde il controllo.‭ ‬Quanto più ci si accosta a questo sentire,‭ ‬tanto meno i sentimenti sono sotto o fuori controllo.‭ ‬Sono e basta.
Quello che sente tanta gente è la paura di uscire,‭ ‬temono di farsela addosso,‭ ‬le governa il terrore che ad un certo punto le loro budella sfuggano al controllo e che gli venga un attacco di diarrea,‭ ‬oppure di inspirare l'aria e di non riuscire più a tirarla fuori,‭ ‬oppure che gli giri la testa dall'ansia e che cadano per terra.‭ ‬Ad alcuni di noi succede.‭ ‬E cosa ci danno‭? ‬Ci danno i tranquillanti.‭ ‬Non ci danno attenzione,‭ ‬terapia.
Naturalmente questo accade quando uno spostato va da un altro spostato che ha la laurea in medicina.
La consapevolezza del nostro cuore,‭ ‬del respiro,‭ ‬nel profondo,‭ ‬delle nostre emozioni e dei nostri pensieri,‭ ‬dei nostri dolori nel rapporto con gli altri, fa sì che si apra tutto un mondo davanti a noi.‭ ‬È quello che ho scoperto nella mia vita,‭ ‬avevo perso quel contatto e cercavo di ristabilirlo misticamente,‭ ‬sessualmente.‭ Ma talvolta è‬ più importante l'interruzione del contatto tra il seno e la bocca,‭ ‬se lo svezzamento è stato precoce,‭ ‬e ancor di più il contatto interrotto con la madre prima ancora che essa sia diventata qualcosa di diverso da sé stessi,‭ ‬il taglio del cordone ombelicale prima che sia pronto per essere tagliato,‭ ‬perchè c'è un'altra puerpera da seguire e bisogna liberare la sala parto o perchè il ginecologo ha i biglietti per i Knicks al Madison e non vuole far tardi.‭ ‬Così,‭ ‬pochi secondi di differenza possono costituire una discriminante per tutto il resto della vita, un'inconscia minaccia al proprio cuore e alla propria respirazione,‭ l‬a causa di un continuo terrore.
Possiamo tornare indietro verso tutto ciò prestando attenzione al nostro respiro,‭ ‬al nostro cuore,‭ ‬alle nostre sensazioni.‭ Forse sentiremo‬ il nostro stomaco che si trova in uno stato di shock ombelicale, duro, teso,‭ ‬il cuore che sobbalza al minimo rumore e per quanto tranquillo sia il nostro respiro,‭ ‬in fondo ad esso sempre quel terrore.‭ ‬Da questo si può arrivare a molte cose:‭ ‬si può arrivare all'ulcera o all'ipertensione.‭ ‬-

Il dottor Cooper era un vecchio leone,‭ ‬ancora forte,‭ ‬capace di rimettere in piedi il paziente più depresso della costa est.‭ ‬E Mel non lo era di certo,‭ ‬non ancora.‭ ‬Erano seduti uno di fronte all'altro su vecchie e comode poltrone di pelle,‭ ‬la luce soffusa,‭ ‬le pareti piene di libri che aumentavano la convinzione dei pazienti,‭ ‬se ce ne fosse stato ulteriore bisogno,‭ ‬riguardo l'autorevolezza del vecchio psichiatra.‭ ‬Una barbetta bianca e curata faceva contrasto con la sua bocca ancora carnosa,‭ ‬vivida,‭ ‬gli occhi azzurri, si posavano sul viso di Mel a cercare in maniera discreta i segnali non verbali del disagio che aveva richiesto il suo intervento.
-‭ ‬Tu,‭ ‬mio caro Mel,‭ ‬hai cominciato a sentire.‭ ‬-‭ ‬continuò il dottor Cooper.‭ ‬-‭ ‬sei all'inizio di un percorso fatto di sofferenza,‭ ‬comprenderai quanto tu sia inadeguato,‭ ‬quanto tutto sia irrilevante,‭ ‬infine troverai il modo,‭ ‬anche giorno per giorno ed ogni volta diverso,‭ ‬per non vivere più questo terrore.‭ ‬Vedi Mel,‭ ‬-‭ ‬riprese‭ – ‬mia moglie sta morendo,‭ ‬ed io non trovo un motivo per non cercare il meglio per me.‭ ‬Non è egoismo,‭ ‬ma solo se riesco ad alzarmi al mattino e realizzare di esserne felice,‭ ‬posso esserle d'aiuto.‭ ‬Posso starle vicino come merita,‭ ‬farla ancora sorridere,‭ ‬posso darle terapia.‭ ‬E questo può essere solo grazie al contatto con la vita,‭ ‬all'ascolto dei miei sentimenti,‭ ‬dei miei desideri.‭ ‬-‭ ‬Mel prese una sigaretta dalla scatola offertagli dal dottore,‭ ‬l'accese, poi cominciò parlare..


il dialogo del dottor cooper è un libero adattamento di questa cosa qui

un pensiero di ringraziamento a sandro gindro, mio insegnante di filosofia in prima liceo, anche se solo per pochi mesi..
accompagnandolo sottobraccio in un'altra classe durante il cambio dell'ora, si accorse della mia tensione pre-interrogazione dell'ora successiva semplicemente ascoltando il battito accelerato del mio cuore attraverso il contatto..forse è grazie a lui se.

..già..!

nell'aria/4tet::iron man (black sabbath cover) via berkeleyplace



8 giugno 2006

faithful (to the line)

girotondo di piccola vertigine che arriva inaspettata
quel liceo buio
soffitti alti che sembravano caderti addosso‭
il rumore dei tacchi dell'insegnante nel corridoio
‭arrivava veloce con sotto braccio i compiti in classe corretti
l'eco che risuona ancora‭ dentro
o fu solo la fretta del ginecologo di tagliare un cordone ombelicale.


on air/copeland::black hole sun
(alzo il volume ancora un po')/husker du::what's goin on

18 novembre 2005

fuori continuity

Un cappotto al posto della lingua, il cuore nelle scarpe, prese tutto il coraggio che gli restava, si alzò, ci camminò sopra. E si spogliò simbolicamente della proiezione di Marylea che gli era rimasta addosso e, materialmente, di vestiti sporchi e maleodoranti. Una doccia non l'avrebbe rimesso in sesto ma almeno sarebbe potuto restare accanto a se stesso senza turarsi il naso.
Quando era un ragazzo che si grattugiava le ginocchia sull'asfalto del playground giocando a pallacanestro con i suoi amici del quartiere, rimaneva tanto di quel tempo, immobile, sotto l'acqua calda e col viso all'insù, a bruciare, che la mamma ogni volta doveva chiudere il rubinetto del boiler per farlo smettere. E poi gli urlava contro per troppo tempo, a suo avviso. Si dileguava uscendo dalla finestra della sua camera al pian terreno, lasciandosi alle spalle vapore ed ire materne. Insieme a Marv formavano la coppia di guardie bianche più lente, litigiose, rompicoglioni, fallose e più forti che quel campetto all'aperto avesse mai conosciuto, e i loro compagni di colore non potevano fare altro che provare a saltare più di loro, schernendoli, schiacciare dopo piroette ed avvitamenti spettacolari, battere cinque nei modi più originali, ma quando si trattava di provare a fermarli non c'era proprio verso. Gli concedevano spazio e quelli tiravano e segnavano, gli stavano addosso e quelli passavano come nessun nero sapeva fare, pressavano e quelli penetravano e scaricavano dopo finte che il diavolo stesso, dopo numerosi clinics, ancora era lungi dal concepire. Mel era un tiratore mortifero, lento e macchinoso ma con un senso del ritmo ed una percezione della velocità dell'avversario degni di un giocatore veterano, a Marv invece piaceva andare a prendere posizione vicino al canestro quando era marcato da uno grande come lui. Col fisico e un po' di cattiveria agonistica riceveva la palla e allora sfoggiava un repertorio di movimenti atipici, finte, tiri sottomano, parabole altissime e improbabili carambole usando il tabellone che finivano sempre dentro. E gli amici a bocca aperta, massimo rispetto, cinque alto e pacche sul culo. E tanti dollari quando crebbero e cominciarono a giocare per scommessa...

on air/the moore brothers::air and I

1 giugno 2005

dirottamenti

* "Perso. Le mie indecisioni prevalgono sulla mia volontà, dovrei essere più in forma, più soddisfatto di me stesso, smettere di fumare, andare in palestra, sorridente con chi mi circonda, calmo, mangiare meglio, un automobilista paziente in un'auto più sicura, dormire di più e senza incubi, rimanere in contatto con i vecchi amici, ogni tanto un goccio assieme, interessarsi non innamorarsi, caritatevole, pagare con la carta di credito, mai uccidere farfalle o calpestare foglie, lavare la macchina il sabato pomeriggio, non più paura del buio nè delle mani sudate, basta spleen adolescenziale, niente di più così disperato, più niente di così infantile, con un ritmo lento, impossibile fuggire, desiderare cose che si possono acquistare, non più tempo di sogni, pneumatici che tengono meglio sul bagnato, un buon libro prima di addormentarmi, un vantaggioso tasso d'interesse, calmo, più in forma più soddisfatto, un animale in gabbia sotto antibiotici.
Il sasso nella mano di quel giovane della foto sul giornale. Il fuoco appiccato alle auto, il fumo dei lacrimogeni, quel ragazzo e le sue gambe leggermente piegate a cercare la forza per fuggire dopo aver lanciato. Vorrei essere quel sasso. Un sasso consapevole è una bella arma nelle mani della rivolta...non trova?"  Rispose Mel alla domanda  "Hai mai pensato a cosa vuoi realmente?" Il dottor Cooper l'aveva posta quasi a bruciapelo. La risposta aveva raggiunto lo scopo di far accavallare le gambe all'anziano medico, come a chiudersi. Resosi subito conto del gesto, il dottore prese tutta l'aria dell'universo e la lasciò uscire, libera, come un pesce che riesce a slamarsi. Riprese Mel "La sconvolge? Non mi aveva mai immaginato così? Eppure non sono calmo, né in forma, dormo poco e tendo ad isolarmi, evito di conoscere gente nuova per paura di dover tendere la mia mano invariabilmente sudata."


* attualmente fuori continuity in diNotte. irrequieto, intanto esce qui.
ispirato da "fitter happier::radiohead
on air/untitled::interpol

2 gennaio 2005

trasferimento

tutta la fuffa archiviata sotto diNotte, è stata rivista, corretta e trasferita d'ufficio nel blog apposito, nuove cose sono state scritte ed aggiunte. Avrebbero bisogno di conforto, ma anche stroncature..

19 dicembre 2004

cinque (un antefatto)

Il sole cresceva e scendendo lungo il sentiero che lo avrebbe portato alla piccola piazza antistante il monastero, il frate aveva già incontrato cadaveri e rovine ancora fumanti, ma lo spettacolo triste di centinaia di morti tra i resti carbonizzati di mobili, portoni, vetri rotti e carri rovesciati lo lasciò di sasso. Un senso d'impotenza, insieme alla luce che saliva, lo invase fin nel profondo, non riusciva più a muovere un passo nè in avanti nè in altra direzione, non riusciva nemmeno a piangere, non un suono usciva dalla gola ormai serrata, cadde in ginocchio quando si rese conto che non respirava quasi più. Cadde in ginocchio accanto ad una donna anziana, di quelle che vedeva in preghiera ogni giorno all'ora dei vespri raccolta insieme ad altre uguali a lei, davanti all'altare della piccola cappella appena fuori l'abitato. Toccò quel corpo grigio e freddo, sentì la sua rigidità e l'assenza di vita, si persuase che non sentiva più nulla, niente di quell'orrore che lui stava invece vivendo ed allora riprese a catturare aria, a trattenerla assaporandola. Non appena la respirazione si fece maggiormente profonda il suo grido di dolore risuonò tra le modeste case, rimbalzò sulle spesse mura del monastero, scese sull'acciottolato della piazza e si sciolse sfumando in un' eco tra gli alberi e il batter d'ali di corvi irretiti.

Scelse velocemente di non occuparsi dei morti e delle cose che non erano più, pensò di recuperare in fretta quanto possibile di ciò che rimaneva nel laboratorio, entrò nel fabbricato che ospitava le piccole celle dei frati e le stanze dei monaci, scese nel seminterrato dove era l'officina dello speziale ed in un sacco riuscì a mettere parte degli alambicchi e delle fiale scampati alla furia distruttrice. Risalì poi verso la stanza del monaco suo maestro e si rese conto che tutti i libri e le pergamene erano troppo per il suo misero sacco. Uscì alla ricerca di qualcosa di più capiente e fu allora, con sorpresa che sentì uno scalpiccìo di zoccoli, un asino era tornato dopo esser fuggito chissà dove. Caricò il basto di tutto ciò che potè, recuperando l'intero archivio dell'alchimista ed una buona parte delle attrezzature. Fu così che si trovò a spostare sulla montagna, irraggiungibile, tutti i suoi studi ed sperimenti, le sue alchimie, la sua intera vita .

Giorni di cammino insieme all'asino, percorrendo sentieri segreti, tra boschi e radure che cpme d'incanto s'aprivano sorprendendoli entrambi, li condussero infine tra le rovine nascoste dalla vegetazione, di un antico tempietto italico. Un luogo ritenuto magico ed evocativo già dai primi abitanti di quelle zone, un luogo considerato maledetto, in seguito, eluso e quindi dimenticato dai pastori e dagli agricoltori che preferirono vivere a valle, vicino al fiume. Grotte misteriose seminascoste dagli alberi, davano accesso all'intimità della montagna, che donava loro riparo dagli elementi e dagli uomini. Una sorgente poco più su, garantiva da bere, qualche ora dedicata alla raccolta di frutta selvatica, alla ricerca ed al saccheggio di nidi di uccelli e di api, alla sistemazione di trappole rudimentali, dava la possibiltà di un sufficente sostentamento. Il resto del tempo il frate lo passava cercando d'interpretare gli scritti del monaco. La ricerca di elementi naturali atti alla sintesi di nuove sostanze, completava le giornate che si chiudevano immancabilmente in preghiera. Il ringraziamento per quella vita dura e frugale, forse, ma che certamente lo stimolava. Non ringraziava Iddio solo perchè era sopravvissuto, ora lo ringraziava anche per quei giorni cui si sentiva destinato. Era uno strumento nelle mani non del fato, nè del caso, era certo di essere parte importante di un piano prestabilito da un'entità superiore. Aveva un ruolo. Sapeva di averlo, non conosceva il piano ma sentiva che ora si avvicinava pian piano a compimento. Non conoscendo il significato della parola teleologia, la viveva ogni giorno sempre più chiaramente.

8 dicembre 2004

quattro (una mail di marv)

Subject: at night

From: marv luisetti

To: marylea



corro e non so dove cadere,‭ ‬già l'odore del mattino m'impedisce di dormire ed è ancora notte fresca.‭ ‬solo pazzo come le mie mani e le mie intenzioni,‭ ‬ma è follia che cura e mi regala talvolta distorte epifanie di dei ed antiche civiltà,‭ ‬luci che si riflettono sul lago lasciando intuire il respiro degli amanti sulle sue rive.‭ ‬alberi e fronde mi nascondono al cielo e al suo sguardo magnanimo,‭ ‬malaventura per chi si avvicina alle radici di quelle fatali verità chè nongià nascere,‭ ‬ma negarsi,‭ ‬è morire.‭ ‬pazzo come un uccello felice delle sue ossa cave e leggere,‭ ‬come foglia che implori il vento affinchè la porti via da un albero che non l'ama più,‭ ‬come l'acqua che salta e rumoreggia,‭ ‬come un granello di sabbia nel deserto che scopre di non essere il solo a non sopportare più tutto quel silenzio...tutto questo silenzio senza acqua nè sole,‭ ‬sono ancora il lupo che s'aggira di notte in cerca di droga,‭ ‬sono farfalla inutilmente inseguita da una foglia innamorata‭ (‬in ultima analisi è la terra che l'attira‭) ‬e che il vento non considera,‭ ‬sono il vento che illude la foglia di fughe d'amore,‭ ‬sono il bruco che ero e che di foglie si nutriva per poi volare via,‭ ‬sono la malìa dei colori delle ali di farfalle che innamorano foglie.‭ ‬non il vento le asciuga nè il mare conosce le mie lacrime benchè ne siano figlie,‭ ‬stesso sale a bruciare ferite così profonde che è difficile vedere.‭ ‬tutti i miei sensi a raccolta questa notte,‭ ‬per capire qualcosa,‭ ‬per carpire parole e suoni dall'universo e metterli qui,‭ ‬in ordine,‭ ‬a guardia del mio cuore,‭ ‬a parar devastazioni,‭ ‬barbare invasioni e cicliche,‭ ‬tornano e spasmi e urla e risvegli sudati e stanche mattine e notti di sogni che si sciolgono sul cuscino,‭ ‬acqua che scorre e rumoreggia il mio sangue nelle vene,‭ ‬sento che batte forte e puro malgrado l'aria che respiro,‭ ‬selvaggio,‭ ‬è questa la foresta e questo è l'orrore.‭ ‬corro pazzo di notte,‭ ‬volando di fiore in fiore,‭ ‬cadendo talvolta e lieve mi poso,‭ ‬per poi alzarmi violento a spazzare le onde del mare incuranti se piango...e quando il sole scompare,‭ ‬misteriose rivoluzioni,‭ ‬si leva il mio grido,‭ ‬alto a spaventare chi domattina si alzerà a malincuore ma lo farà comunque,‭ ‬chi non cambierà canale,‭ ‬chi avendolo accanto non farà l'amore.‭ ‬sono il bastone che il cane non vuole rincorrere,‭ ‬sono lo sguardo feroce del suo‭ ‬padrone che così non si diverte,‭ ‬sono le scarpe che

calpestano foglie,‭ ‬ne sono il rumore ed il divertimento,‭ ‬sono la scritta sul muro che nessuno cancella,‭ ‬sono la falce,‭ ‬sono il martello e sono ancora il lupo che s'aggira di notte in cerca di droga...

4 dicembre 2004

tre (dialogo)

Casa di un fumetto famoso, ideato da Gibbons & Moore, ormai introvabile in Italia:


R. : "Cosa stà facendo?"

C. : "E' al computer.."

R. : "...e..?

C. : "...cosa?"

R. : "...cosa fà al computer?"

C. : "Non saprei, ho la visuale disturbata da tutte queste bolle.."

R. : "Preferiresti soffocare?"

C. : "..io? Figurarsi! Sei tu la curiosa..anzi a me queste bolle fanno anche compagnia..comunque mi sembra che sia di nuovo spiando le email di quei due umani.."

R. (sospirando): "Sono così..romantici?"

C. : "Non saprei, non ho mai avuto modo...te ti hanno buttata qui dentro un giorno, insieme ad una certa quantità di acqua fredda. Figurati che per un po' ti ho anche odiata.."

R. : "..poi?"

C. : "..cosa?.."

R. : "..mi hai odiata per un po', poi..?"

C. : "..beh..tutte quelle squame che rilucevano sotto la luce dell'abat-jour, quegli occhioni, e poi quando mi hai ceduto l'ultima larva di mosca disidratata..diciamo che mi sei piaciuta un po' di più.."

R. : "..tutto qui..?"

C. : "..occhèi..mi sono innamorato proprio..mi sentivo...come dire..più pesce..più rosso..ecco..da quando nuotiamo insieme in tondo qui dentro, ogni giorno mi sento di un rosso differente."

R. : "Ora và meglio...controlla di nuovo cosa fà, non vorrei si mettesse nei guai.."

C. : " Lui? Non si mette nei guai, lui li risolve..lui è un Watchmen...lui è Rorshach!"

2 dicembre 2004

due (un antefatto)

I saraceni si allontanano alla ricerca di altri fuggitivi scampati all'attacco improvviso in quell'alba di un giorno d'ottobre. Il frate tremante rimane nascosto mentre una pioggia lieve e fredda comincia a cadere, poi, ormai zuppo, decide di uscire rimanendo nella vegetazione al lato del sentiero. Lentamente si avvicina al corpo di Memmo, riverso in una fanghiglia rosa, gli occhi ad un cielo, metallico e freddo come la punta di una freccia saracena, il frate lo tocca sul viso e chiude quegli occhi, ormai pieni di pioggia.

L'attacco saraceno al monastero costò la vita a più di quattrocento frati e seicento tra i lavoranti delle varie fabbriche monastiche e le loro famiglie. Anche coloro che tradirono i monaci furono uccisi dagli arabi, dopo aver loro promesso salva la vita e la libertà, li sgozzarono senza mantenere l'impegno. Qualche decina di frati riuscì comunque a fuggire, riparando a Capua. Successivamente tornati a Castel San Vincenzo ricostruiranno dieci anni dopo il monastero, al di là del fiume, più protetto e facilmente difendibile.

Trascorse due giorni e due notti nel bosco, il frate, solo e affamato, bevve al fiume al primo chiarore e raccolse qualche bacca. Nascosto ebbe tutto il tempo di pensare. Ai suoi genitori, a lui obbligato a vestire il saio, al suo fratello maggiore che diventava l'erede di tutti i beni di famiglia, alla sua curiosità ed alla passione per la farmacopea, al monaco responsabile del piccolo laboratorio dove si trasformavano le erbe e le piante officinali in pozioni e polveri, a come gli altri monaci lo guardassero sempre con un po' di diffidenza, erano in bilico perenne tra la magìa e la medicina, in quel laboratorio dove infezioni e cattive digestioni trovavano rimedio e conforto, dove l'occhio inquisitore di monaci spaventati da ciò che non comprendevano, cadeva sempre più spesso. Quel vecchio monaco lo aveva preso a ben volere e gli aveva affidato non solo i rudimenti dell'arte fitoterapica, ma di nascosto lo aveva iniziato verso quella alchemica, ed il frate sempre più spesso si trovava distante dal monastero in cerca di materie prime, piante, rocce, acque minerali che sgorgavano in pozze remote sulle montagne. Era felice per questo, un moto di ulteriore felicità lo scosse dal torpore quando realizzò che il suo compito di cercare materia l'aveva salvato dall'aggressione saracena, si mise in movimento, tornò verso il monastero, sperando che gli arabi fossero già andati via dopo il saccheggio, consapevole che il suo spirito non avrebbe retto al triste spettacolo che si accingeva ad avere dinnanzi.

Consuetudine araba era di far bottino non solo di beni materiali, ma anche di giovani donne e bambine, future schiave, amanti e fattrici per nuovi saraceni.

26 novembre 2004

uno (un antefatto)

Anno ottocentottanta dopo cristo, all'incirca. Interno del molise. Passata l'alba.



Sulle rive del fiume Volturno nei pressi di Castel San Vincenzo, un frate, scalzo e magro, cerca ingredienti per le sue alchimie fra cespugli e rocce. Lento raccoglie alcuni rametti di una pianta che, dopo aver accuratamente esaminata, annusata, assaggiata, ripone nella piccola bisaccia legata alla vita. Un forte rumore lo scuote d'improvviso, si rialza guardando verso il monastero dietro la collina. Come un cane annusa l'aria, cercando con tutti i suoi sensi di capire cosa stia succedendo. Un secondo rumore, forte, come di schianto, seguito dall'approssimarsi di voci e grida, sempre più forti, sempre più vicine, allertano il frate e lo convincono a tornare verso il sentiero che conduce alla collina che separa il fiume dal monastero. Corre, salta cespugli e rocce, incurante dei rovi e dei cardi che gli feriscono le gambe, infine sul ciglio del sentiero, quando le grida, i rumori e le voci diventano ormai chiare, si ripara dentro un piccolo gruppo di arbusti fitto a sufficenza per nasconderlo. Il giorno che inizia dà luce abbastanza per vedere l'orrore. Le voci sono sempre più forti, incomprensibili, le urla sempre di meno, lo sfondo sonoro è fatto invece di lamenti, fiochi e lontani, e rumori di tonfi e schianti ovattati che il frate riconosce rabbrividendo e chiudendosi ancora un po' di più nella vegetazione. Riconosce Memmo, che corre spuntando da una curva del sentiero, Memmo che corre verso il fiume, scomposto e sconvolto, il contrario di come il frate aveva sempre visto il mastro vetraio Memmo, sereno e chino a disegnare e progettare grandi finestre per chiese e palazzi, con le immagini dei santi e degli angeli e tutti quei colori che cambiavano ad ogni ora del giorno, ad ogni stagione, a seconda della luce che le attraversavano. Memmo che ora corre, che ora cade, come fulminato dall'ira di déi malevoli. Raggiunto invece da una freccia alla schiena, il frate ora la vede, piantata alla base del collo, dopo averne sentito il rumore sordo, rumore di carne e di ossa e di sangue che scorre. Riconosce Memmo che ora ha smesso di muoversi e respirare, raggiunto infine dal suo assassino che lo gira con un piede, si china su di lui e strappa la piccola borsa di pelle legata alla cintura. Non conosce quell'uomo, tantomeno l'altro che arriva subito dopo, non conosce il loro idioma, nè i loro vestiti, non ha mai visto quei turbanti e non capisce cosa si stiano dicendo, ma impallidisce comunque, non possono essere altro che Saraceni. Arabi spietati e sanguinari, che saccheggiano, uccidono e fuggono, che attaccano e danno alle fiamme al servizio del duca vescovo di Napoli.