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21 gennaio 2011

gente che parla da sola sull'autobus

C'è un sacco di gente che parla da sola sull'autobus, la mattina.
E non parlano al telefono con cuffia e microfono. No. Parlano proprio da soli.
Si raccontano cose, così magari quelle cambiano, chissà.
La signora che incontro tutte le mattine sul 545 ripete la parola "bastardo" un numero infinito di volte, con intonazione monocorde, quasi fosse un mantra. Però, se presti attenzione, tra un'invettiva e l'altra ci mette delle parole chiave, adatte per aprire la sua storia: andato via, papà, puttana. Ci ho messo due mesi per capire che il marito è fuggito con la badante filippina di suo padre, al quale la questione deve aver spezzato il cuore che, data l'età, non ha retto. E nemmeno lei, evidentemente, perdere in poco tempo il marito e il padre deve averla fatta impazzire. Così ogni mattina si racconta com'è andata, per cercare magari un evento premonitore evidentemente sfuggitole, un segno inosservato, l'ipotesi che possa essere stata anche un po' colpa sua. Poi, invece no! "bastardo, bastardo, bastardo"
Sulla metro delle otto meno un quarto, il vagone di coda, quello più vicino all'uscita quando ferma alla stazione termini, è di conseguenza il vagone più affollato. Lì dentro ci trovo spesso un ragazzo schiacciato quasi dal peso dello zaino pieno di libri. Lo sento che prega ad alta voce, certe volte implora, altre ringrazia. Dipende dalla giornata, evidentemente.
Ad ogni fermata cambia faccia, diventa serio serio, si guarda riflesso nel vetro del finestrino e parla di tomismo, dell'allegoria della caverna, fenomenologia dello spirito e generi della conoscenza. Quando la metro riparte ricomincia con le sue litanie: venerdì l'altro una signora s'è avvicinata per sentire meglio, lui pareva non se ne fosse accorto, poi all'improvviso s'è girato e ha fatto "bù!"
La signora, dopo un balzo di un generoso paio di metri all'indietro, s'è fatta il segno della croce ed è scesa alla prima fermata utile. Probabile fosse nemmeno la sua.
Sul 905 una volta incontrai un vecchio che durante il tragitto fino al capolinea riuscì ad elencare date, armamenti, battaglie e scaramucce della campagna di Grecia nel '40. Ad un certo punto incespicò appena sul nome di un certo capitano di Verona, così per provare a se stesso che la memoria ancora non lo aveva tradito del tutto, snocciolò di filato tutta la sua compagnia, comandanti e sottufficiali inclusi. Scese salutando militarmente il conducente, che ricambiò il saluto.
Quando torno a casa non vedo l'ora di incrociare sul 409 "la principessa", come la chiamo io. Veste coordinata, sempre. Tailleur, sciarpa, cappellino, scarpe, guanti e borsetta in tinta: rosa antico, verde mare, azzurro carta da zucchero, giallo canarino e chissà quanti altri colori, nell'armadio. Pare proprio una donna d'altri tempi, però parla di politica e attualità. Informatissima, ha il solo difetto di mescolare tra loro notizie e personaggi. Un esempio? La nuova legge sull'università è una cosa sbagliata ed è colpa del grande fratello, la chiama “riforma Marcuzzi”.
Chissà cos'è che ti fa parlare da solo sull'autobus. Forse lo stress o i colpi della vita, magari la roba da mangiare che non è più quella di una volta oppure tutto questo traffico. Certe volte penso che magari, senza saperlo, pure io sono diventato un po' pazzo.

"direi proprio di sì"

disse ad alta voce la ragazza che gli era seduta accanto, alzatasi per scendere alla fermata, riordinando nel mentre lunghi dreadlocks di tutti i colori.

23 dicembre 2010

Er Cicala e il peso delle parole

Che le parole avessero il loro peso, era chiaro a tutti.
Poi, alla cena di fine anno al liceo, un martedì come tutti gli altri, di quelli da spaghetti ricotta e pepe e la coratella coi carciofi per secondo, il vecchio professore parlò. Era un uomo calmo, posato, sempre in ordine, di un'eleganza sobria e profumata di saponetta.
Non si era perso un' assemblea durante l'occupazione, senza mai intervenire ascoltava attento. Ognuno sapeva per certo chi fosse il suo poeta preferito, che amava leggere ascoltando Coltrane, bevendo parchi sorsi di un certo Morellino di non si sa bene quale cantina a Scansano.
Uno tra i più intraprendenti riuscì a trovare il Morellino quella sera, e allora lui parlò.
Con calma, sicuro dell'attenzione della platea. Arrotolando una forchettata di pastasciutta aiutandosi col cucchiaio, cominciò a raccontare dei dieci nervi cranici, del primo in particolare, il più profondo, quello che arrivava diretto alla porzione più antica del cervello, quello che peggio tollera le bugìe.
Il profumo del pepe stuzzicava tutti, spingendo a riflettere su quanto certi modi di dire avessero in effetti un qualche fondamento neurofisiologico ..

"quel tale non me la conta giusta, mi puzza"

ad esempio.

Disse poi di quanto le parole possano ingannare. Perché le parole hanno un peso, fece serio serio versandosi un altro mezzo bicchiere.
Parole capaci di far rivoluzioni, che fanno gli uomini grandi o meschini.
Parole cariche di significato, e parole vuote.
Eccezioni ed eccessi le parole possono contrabbandarli per regola o norma.
Ad esempio basta aggiungere il suffisso -ismo e la parola è alleggerita del suo peso originale. Prendete il caso, disse, della parola “bontà”. Profuma d'incenso e catechismo certo, ma ha un valore. Aggiungi quel suffisso e la svuoterai, si vedrà solo l'apparenza, una forma di esaltazione o ipocrisia. Lo stesso vale per la parola "giustizia", delegittimata con tecnica mafiosa. Utile per bollare una persona pericolosa, cosìcchè nelle orecchie di chi ascolta rimanga solo l’eco dell’-ismo, quel venticello leggero profumato di calunnia: buonisti, giustizialisti.
No, gli uomini e le donne, quando hanno le qualità li dobbiamo chiamare “giusti”. Così come esistono pure i buoni.
Certe parole acquistano significato o cambiano d'importanza seguendo i flussi e gli andamenti sismici della politica o del denaro, ma dentro mantengono integro il loro inganno.
L'imprenditore, ad esempio, contiene al suo interno il concetto di prendere dentro, come un ladro che entra nella tua casa e ti porta via le cose, senza chiedere.
Certe parole invece le dobbiamo proteggere, perché subiscono l'attacco peggiore. Quello delle ri-forme. Si usa questo termine senza sapere che il tessuto che ci lega, ci sostiene e ci tiene assieme è autopoietico, cioè che si costruisce da sé, senza bisogno di riforme o peggio ancora, riformisti.
Così come l'emozione non vuole moderati.
Quell'impulso ad agire in risposta a uno stimolo esterno. Verso l'esterno, in maniera inconscia e senza alcun sentimento.

Come quando involontariamente arrossisci quando ti dico che sei bellissima ma nessuno te lo fa notare e allora non lo saprai mai.

La parola es-pressione invece è proprio quelle troppe cose che ti ribollono dentro quando trovano finalmente una via di uscita.
Operaio, manovale, artigiano hanno tutte a che fare con la parte più nobile e creativa del nostro essere umani, mentre l'insegnante è quello che ti lascia dentro impronte nette e pulite, così come è l'educatore quello che ti porta fuori dalla non conoscenza.
Il politico invece ha il marchio della città sulla pelle, sa di confusione e di rumore.
Se queste parole vengono usate, continuò, devono mantenere il loro peso. Perché senza rimarrebbero involucri freddi, come tombe.
E quando certe parole sono morte, è faticoso poi ricostruirne il vero significato.
Come se perdessimo parte di noi stessi, del mondo attorno. Non riusciremmo più a descrivere qualcosa per come davvero lo vorremmo.
Così come con gli ultimi pezzi di pane ognuno raccolse il sughetto della coratella dai piatti, così ognuno fece con tutto quello che gli correva dentro la testa. Una scarpetta di nuove idee, insomma.
Poi erCicala ancora masticando, colle briciole sulle labbra, sguardo ammirato e grato per tutti quegli insegnamenti, chiese infine:
"mi scusi professore, ma una cosa ancora non mi è chiara .. ma al "prestatore d'opera" qualcuno poi gliela ridà?"

28 luglio 2010

sabbia&coca-cola 2010

Era consuetudine che le donne, per evitare si divaricassero i piedi a causa di una naturale propensione post-mortem delle anche alla rotazione esterna, legassero fra loro le scarpe della salma. Un ultimo ossequio alla forma.
Per converso e per tradizione il saluto definitivo veniva dato dagli uomini, valicata l'uscita l'ultima gonna, l'amico più caro scioglieva i piedi del defunto, affinchè libero potesse camminare nell'aldilà. Un ultimo riguardo alla sostanza.


25 luglio 2010

(sabbia&coca-cola 2010) narciso e chardonnay 3


Adelina gli piacciono un sacco le feste al paese, c'è tanta gente che viene da fuori, tutti ben vestiti, profumati e sorridenti, s'incontrano all'entrata della chiesa prima della messa. Gli altri giorni, puzzolenti e straccioni, s'ammazzerebbero per un sacco di grano. Sarà che certi paesini vivono da sempre isolati dalla civiltà che le persone non sono proprio capaci di vivere assieme nella concordia, oppure perché il prete non ci riesce a spiegare bene il concetto quando predica, fatto è che le feste spezzano un po' l'atmosfera pesante della vita in paese, una specie di tregua dove si ritrova il piacere di ritrovarsi e anche se dura poco Adelina ogni volta non vede l'ora.

E poi c'è il messaggio simbolico che la vita del santo festeggiato porta con sé.

Oggi è la festa di Sant'Ortano, c'è la processione e dopo i poeti in piazza faranno a gara a chi racconta meglio in rima la sua storia, la storia di San Domenico, del lupo e del bambino.
Adelina gli piacciono un sacco le feste al paese, c'è tanta gente che viene da fuori, tutti ben vestiti, profumati e sorridenti, s'incontrano all'entrata della chiesa prima della messa. Gli altri giorni, puzzolenti e straccioni, s'ammazzerebbero per un sacco di grano. Sarà che certi paesini vivono da sempre isolati dalla civiltà che le persone non sono proprio capaci di vivere assieme nella concordia, oppure perché il prete non ci riesce a spiegare bene il concetto quando predica, fatto è che le feste spezzano un po' l'atmosfera pesante della vita in paese, una specie di tregua dove si ritrova il piacere di ritrovarsi e anche se dura poco Adelina ogni volta non vede l'ora.

E poi c'è il messaggio simbolico che la vita del santo festeggiato porta con sé.
Oggi è la festa di Sant'Ortano, c'è la processione e dopo i poeti in piazza faranno a gara a chi racconta meglio in rima la sua storia, la storia di Sant'Ortano, del lupo e del bambino.



24 luglio 2010

(sabbia&coca-cola 2010) narciso e chardonnay 2

La donna si siede spesso al tavolo in fondo a leggere ogni volta un libro diverso, anche i vestiti cambiano ma non i suoi modi, in tono coi colori che ama indossare. 
Il venditore di rose rosse lo sa, lei è cortese ma ferma, di quella determinazione gentile che non ti ferisce tenendoti comunque a distanza, quando lui entra lei gli apre un gran sorriso appena lo vede. Lui ormai sa che quel gesto non sarà mai il preludio dell'acquisto di un fiore, quindi ricambia e cerca subito altri clienti.
Lei poggia di nuovo lo sguardo sulla pagina, scansa una ciocca di capelli dal viso e le labbra si richiudono sui pensieri e le immagini che i libri belli spesso ti portano fin sulla bocca.
Il barista la vede già da qualche mese, gli piace, facile capirlo, così come piace a tutti coloro che hanno un debole per certe figure eleganti e non appariscenti, ma non sa nulla di lei più di quanto già sappiate voi.

23 luglio 2010

(sabbia&coca-cola 2010) narciso e chardonnay 1/?


Non sopporto gli odoriNon sopporto gli odori


Non sopporto gli odori
li trovo irrispettosi perché ti entrano nel cervello profondo, quello rettiliano, senza chiedere permesso, evitando l'adeguato filtro della corteccia.
E non sopporto nemmeno l'amore, così irrazionale, fuori controllo al punto da portare certe persone alla propria morte o all'omicidio passionale, appunto.

Non sopporto gli odori
figuriamoci quelle puzze che all'inizio ti sembrano profumi, quando sei innamorato.
Inoltre non mi piace ballare,
non che non sia coordinato o che non abbia senso ritmico
è che mi infastidisce quel contorno di abiti svolazzanti, ammiccamenti, carezze mistificate, approcci fisici e movenze apertamente sensuali giustificate e ammesse solo perché eseguite a ritmo.
E poi i profumi
assordanti talvolta anche più che la musica.
C'è però un'eccezione
ed è l'odore che si sparge nell'aria dopo lo sparo
un odore pungente modulato dal suo rilascio graduale dovuto all'uso obbligato del silenziatore.
Un obbligo cui tengo fede volentieri nel mio lavoro, anche per questa piccola frivolezza che mi concedo dell'annusare l'aria mentre guardo morire il mio contratto.
E anche un bicchiere di vino bianco e fresco, appena dopo.
Mi aiutano a sopportare meglio l'idea della morte, perché anche un killer può avere emozioni, sapete?
Ma che non lo si dica in giro
ne andrebbe della mia credibilità
quindi della mia vita e a quella ci tengo io.

La volta che una delle mie prime vittime ci mise quasi un minuto a morire restai lì a guardare senza capire come certe persone possano restare avvinghiate alla vita in maniera tanto ottusa.
Eppure mi aveva visto arrivare, anche se non più in tempo utile per poter fuggire, aveva sgranato gli occhi mentre distendevo plasticamente verso il suo petto il mio braccio, con annesso revolver.
Sembrò se possibile ancor più terrorizzato dal silenziatore, come se la cosa peggiore per lui fosse il fatto che nessuno avrebbe sentito nulla.
Morire in silenzio e senza clamore, dopo una vita chiassosa, esagerata, era la sua nemesi, il giusto contrappasso. Eppure ..
Eppure aveva sentito il tonfo, poi il colpo nel petto, un lampo di dolore pazzo e la consapevolezza che tutto stava finendo lì e in quel momento, eppure.
Eppure stava lì, rantolante per un tempo infinito ai miei occhi, senza arrendersi e nemmeno implorando aiuto o pietà.
Esclusivamente concentrato a non lasciare andar via quel soffio primordiale, senza desiderare un'ambulanza né il colpo di grazia.
Mi dissi dentro "cazzo muori!"
non posso usare un'altra pallottola, non sarebbe la mia firma
un'ambulanza non arriverebbe mai in tempo e anche se fosse non esisterebbe chirurgo capace di vanificare il mio lavoro
quindi
"muori, cazzo!"
lasciati andare
arrenditi come di sicuro ti capitava da bambino quando facevi per gioco la lotta con tuo padre o con tuo fratello maggiore che poi mamma diceva ridendo che ci si sapevano mettere contro uno più piccolo
così arrenditi ora e sorridi
lascia fare adesso
manda uno sguardo di gratitudine al cielo per la vita concessa
e lasciati morire sereno.
Invece no, e non mi riusciva di capire il perché.
Poi annusai l'aria, l'odore dello sparo mi riportò in me, lui finalmente sbarrò gli occhi non appena smise di respirare. Poco dopo ero seduto al bancone di un bar elegante a sorseggiare calmo e soddisfatto un bicchiere di Chardonnay. Pensai che quel che provavo doveva esser messo in riga, ordinato e allineato grazie a, per esempio, un rituale. Mi ci voleva un cazzo di rituale, sì

Un colpo solo.

Sondare l'aria alla ricerca dell'unico odore che non mi infastidisse nella vita,
guardare la fine senza farmi domande, 
poi un bicchiere di vino, sempre lo stesso, bianco, fresco.         (continua ..)


li trovo irrispettosi perché ti entrano nel cervello profondo, quello rettiliano, senza chiedere permesso, evitando l'adeguato filtro della corteccia.

E non sopporto nemmeno l'amore, così irrazionale, fuori controllo al punto da portare certe persone alla propria morte o all'omicidio passionale, appunto.

12 gennaio 2010

nuda proprietà /fine

vorrebbe dirle tutto.
vorrebbe dirle che è un assassino, che uccide per denaro e che è bravo nel suo lavoro. che nessuno mai ha avuto a lamentarsi, non un sospetto, non un'indagine su un anziano morto "casualmente".

vorrebbe dirle che anche lei avrebbe dovuto morire accidentalmente, ma che adesso, aggrappata com'è a lui, con la lingua a rimestargli le parole nella bocca assieme ai baci, la pancia morbida che preme contro il suo sesso ormai in procinto di fargli esplodere i pantaloni, sicuramente vivrà. vorrebbe dirle di non aver paura, che una donna come lei non l'ha mai incontrata nella vita, che sente finalmente che il tempo di cambiare è arrivato, che ha da parte abbastanza soldi, che.

vorrebbe dirle ma non riesce, non può, non può più.

prova a staccarsi dalla morsa di quei baci così lunghi e profondi, troppo.

prova a staccarsi ma un pezzo del suo corpo è come se oramai lo governasse lei, così come la sua voce.
lei non vuole che lui parli, lei non vuole che lui si muova.

Gloria è una donna esperta ma non sa riconoscere l'abbandono che la passione regala alle membra dai sintomi di un meningioma mai diagnosticato che comincia a sanguinare.

non sospetta nemmeno che i suoi baci, il suo corpo, le sue carezze possano innalzare la pressione sanguigna a tal punto.

 

§

 

Alcuni mesi dopo per Gloria non è più tempo di pensare ai cognati o ai nipoti, nè alle piccole cose che prima riempivano le sue giornate. alcuni mesi dopo si tratta solo di stare accanto a quell'uomo che pian piano ricomincia a muoversi, che sta re-imparando a lavarsi e vestirsi da solo e che ha ancora bisogno di aiuto, che però non potrà più parlare, forse.

il suo tempo adesso vuole solo attenzione per quell'uomo davanti a lei, l'uomo che ama e del quale non sa niente,

quell'uomo davanti a lei

in piedi 

nudo, 

7 gennaio 2010

nuda proprietà /3

Non è il caffè il motivo dell'inconsueta eccitazione che la agita nel letto, da ore ormai si gira e si volta, sbuffa non riuscendo a tenere gli occhi chiusi.
gloria lo sa che se lascia che le palpebre scendano, in quel buio è come se qualcuno cominciasse a proiettargli un film nella testa.

rivede l'ombra di lui allungarsi sul muro bianco, lo risente respirare, addirittura è come se potesse risentire il suo odore .. 

più che odore, un profumo.

e poi quelle mani lunghe, eleganti, quasi inadeguate per un elettricista. rapide e sapienti col cercafase dentro il suo quadro elettrico alla ricerca del probabile falso contatto che condizionava l'erogazione dell'intero condominio, origine della telefonata dell'enel che l'aveva avvisata dell'arrivo di un loro tecnico.

pareva più un dirigente, un ingegnere magari, così distinto e snello. "proprio un bell'uomo" aveva pensato arrossendo dentro.

gloria da giovane non era stata appariscente, piccolina, magra.

ma andando avanti con l'età s'era guadagnata un po' più di rotondità nei punti adatti, i capelli erano ancora folti e ribelli e il seno non aveva ceduto alle lusinghe della forza di gravità. era una baby-faced, ancora attiva, una donna molto attraente e lui l'aveva guardata a lungo negli occhi mentre parlavano dell'impianto elettrico.

la guardava in profondità mentre prendevano appuntamento per il giorno seguente, per verificare tutte le prese dell'appartamento.

gloria nel letto si agita ripensando a quello sguardo e l'idea di avere quell'uomo in casa di nuovo il giorno seguente la rende nervosa. o forse altro? si chiede mentre lascia scivolare piano una mano sotto il pigiama, oltre lo slip.

3 gennaio 2010

nuda proprietà /2

anziani ne morivano nel quartiere. di continuo e, oltre che di malattia, per i motivi più svariati.
c'era chi gli pigliava un ictus per lo sforzo durante un'attacco di stipsi, chi cadeva per le scale, chi affogava nella vasca da bagno, chi restava sulla strada investito da un'auto in retromarcia che usciva dal parcheggio. per molte persone anziane anche la frattura della testa del femore, evento estremamente comune a causa della perdita di calcio osseo in età avanzata, risultava letale qualche tempo dopo il ricovero in ospedale. 

c'era stato perfino il caso di un pensionato nemmeno troppo vecchio il cui cuore non aveva retto alle massicce dosi di viagra assunte a seguito dell'assunzione da parte dei figli di una matura ma ancora molto piacente badante moldava, la quale di certo non badava alla regola secondo la quale è inopportuno andare a letto col proprio badato.

 

"anziani ne muoiono di continuo e per i motivi più svariati" pensava gualtiero sorridendo e sorseggiando il suo espresso mattutino seduto ad un tavolo coi giornali ripiegati in buon ordine poggiati vicino al piattino della briòsc.

 

vicino ai cinquanta, brizzolato e snello, sempre ben vestito e profumato. un uomo distinto, lo si sarebbe detto e in effetti si distingueva da tutti gli altri, nella sua professione di killer.

discreto, silenzioso, fantasioso e addirittura geniale in certe sue performances. come la volta che si spacciò per assistente sanitario della asl e iniettò 10cc di aria purissima nella safena della signora adele, ottantenne ancora arzilla, morta qualche giorno dopo in ospedale a seguito, come recitava la cartella clinica, di flebite fulminante.

la signora adele non lasciava parenti stretti, come tutte le sue vittime d'altronde, ma risolveva un contratto di vendita in nuda proprietà. trecentomila euro per 120 metri quadri, balconatissimi, splendida esposizione fronte parco, no garage, cantina, posto auto, centralissimo.

trentamila subito stornati sul suo conto estero, il dieci per cento, la sua tariffa di killer, distinto, ben vestito e profumato, letale.

nuda proprietà /1

 


il profumo del caffè si sparge per la casa, la vecchia casa della nonna, ancora cogli antichi pavimenti, un po' sconnessi è vero, ma che Gloria non cambierebbe con queste nuove monocotture dalle fughe di due centimentri e i decori a mosaico che le sue amiche da anni le consigliano.

le porte di abete bianco si aprono e si chiudono senza cigolare, gli infissi delle finestre anch'essi in legno lasciano respirare le stanze, educati da cent'anni di vento, pioggia, caldo e freddo.

Gloria è perfettamente a suo agio nella sua casa, la temperatura è sempre quella giusta, tutto sempre in ordine.

Smette di spolverare e mettere a posto la libreria appena annusata l'aria, lascia per un po' le faccende e si concede una pausa.

Certe volte rimane ipnotizzata dal rumore ciclico del cucchiaino che miscela lo zucchero nella tazzina del servizio buono, piccoli lussi che ancora si concede: il caffè della torrefazione, macinato in casa nel giorno giusto, con la luna giusta.

la vecchia moka da collezione.

lo zucchero marrone a grani grossi che quando lo prendi su si muove da solo che quasi sembra vivo.

poi sorseggia, alza lo sguardo verso la finestra e pensa che, sì, la sua è stata una scelta giusta.

vendere in nuda proprietà la casa, abitarci ancora con in tasca i soldi che le bastano per vivere dignitosamente per tutti gli anni che le restano.

Ha 55 anni, mai sposata, niente figli, due sorelle più piccole morte entrambe prematuramente, due cognati che non riesce a decidere a chi dei due dare la palma di coglione maggiore, tre nipoti viziati e menefreghisti coi quali ha da tempo un rapporto ormai consolidato di odio cordiale. 

ricambiato, peraltro.

perchè mai avrebbe dovuto lasciare la casa in eredità a certa gente?

cos'avevano fatto per meritarla?

 

c'era quell'inserzione giù, all'agenzia immobiliare sotto casa: "nuda proprietà, il tuo futuro si riveste"

 

perchè no?

le avrebbero valutato la casa molto meno del suo valore reale visti gli anni che ancora le rimanevano da vivere prima che questa potesse passare al nuovo acquirente, ma erano soldi freschi, suoi, onesti e le servivano.

 

se poi questa mossa avesse provocato uno stravaso di bile ai suoi parenti, tanto meglio. 

allora sorseggia e sorride .. (continua)

on air/

warpaint : : stars

foto : : stillpoint, 25 dicembre a zonzo per casaprota, RI (case antiche e alberi di cachi)






28 novembre 2009

the hen's look

dalla sponda adriatica, per tornare, decido di fare la flaminia, odio le autostrade, così anonime, diritte, dirette, troppo, peggio di un insulto. mi piace prenderla per il culo, a me, invece, la gente. così come mi piace guidare sulle statali, magari più lunghe e tortuose, ma piene di storia. piene di storie, ad ogni curva, ogni tornante, per ogni volta che sei costretto a mettere il piede sul freno, se la ascolti attentamente la strada, te ne racconta una.
dalla fine della pianura vedo l'appennino. sale e serpeggia mentre ti porta su.
è ora di pranzo, non c'è nessuno tranne me e un sole alto che contrappunta aria ancora fredda e limpida, e c'è la strada vuota davanti. guardo su e lontano vedo un punto che arranca lento lungo i tornanti, prevedo almeno una decina di minuti di andatura serena prima di trovarmelo davanti, essere costretto a rallentare e respirare la sua puzza. è un TIR, carico di chissà che cosa, si direbbe dalla fatica che fa.
anch'io ho arrancato nella vita, lento, sbuffando appena possibile, carico di pesi dei quali avrei fatto volentieri a meno. era come andare sempre in salita, così come a fatica, piano piano, mi sono ritrovato finalmente libero.
certo .. l'azienda è fallita, nemmeno la cassa integrazione, il padrone (un galantuomo, s'è detto per anni) negli anni (anche lui pian piano) ha trasferito chissà dove i nostri fondi pensione e le nostre liquidazioni, ha smesso di pagare i fornitori, i contributi, le tasse ed è partito. lui. mica sulla flaminia in macchina, magari sul suo jet privato.
io invece, mi sono ritrovato senza più lavoro, pensione, tieffèrre, casa e moglie ..
già perchè di solito le donne, loro, piano piano (al contrario) non ci riescono. subito, immediatamente tagliato come improduttivo ramo d'azienda del suo cuore.
"un fallito", mi ha detto, "certo mica un numero uno ma almeno un uomo nella media avrei meritato nella vita".
testadicàzzo
la media degli operai in questo paese è con il culo a terra, e tu mi promosso a primo fra gli sfigati, vedi
testadicàzzo
che in un modo o nell'altro un numero uno ce lo avevi accanto.
sono un numero uno, sono un numero primo, sono il primo perchè non me ne frega niente del lavoro
della pensione
della liquidazione
di te che mia hai liquidato non appena ti sei resa conto che la mia difficoltà sarebbe stata anche la tua
testadicàzzo
io
adesso
mi sento
libero.

dietro un tornante mi attende un breve tratto piano, apro appena il finestrino per annusare l'aria. il tanfo del diesel del TIR è forte, sono molto vicino, niente più spazio per i pensieri mi preparo per tutta l'attenzione che ci vorrà per un sorpasso su una strada di montagna.
respiro profondo
poi
al centro della carreggiata a metà del tratto piano e diritto vedo una macchia nera
qualcosa
di corposo
immobile
scuro
in mezzo alla strada
che guarda me.
rallento e cerco di capire meglio. c'è una gallina bruna sulla riga bianca della mezzeria, sta in piedi ferma in una pozza di merda, se l'è fatta sotto, mi guarda negli occhi e non capisco. la evito scartando morbido verso l'altra corsia, lei resta ferma ma si gira per guardarmi ancora.

raggiungo finalmente il TIR, trasporta pollame e in alto sulla sinistra vedo una stìa aperta sulla quale un'altra gallina, stavolta tutta bianca sta in bilico.
tra il TIR e la strada
tra la stìa e la libertà
all'improvviso capisco lo sguardo della gallina bruna
è libera e non sa perchè, non capisce come
non credo nemmeno riesca a capire di essere finalmente libera, è probabile che lei la libertà non l'abbia mai nemmeno provata in vita sua.
quindi non sa cos'è
ne ha addirittura paura
s'è cagata addosso, perfino
e mi guardava dritta negli occhi per dirmi cosa?
"che culo che ho avuto a scamparla dalla ditta che m'avrebbe confezionato in porzioni da 200 comodi grammi"?
"cosa me ne faccio di una libertà che nemmeno conosco"?
"mi mancheranno le mie compagne"?
"stai per travolgermi?"
oppure
più semplicemente
"e tu .. tu .. cosa ci farai della tua nuova libertà? ti nasconderai in un cespuglio per scampare alle volpi o nutrirai la speranza che una macchina pietosa la faccia finita presto"?

accelero, supero il TIR suonando il clacson, metto le quatto frecce. ci fermiamo proprio in cima al passo che prelude alla lunga discesa verso il tirreno.
lo avviso che una delle stìe è aperta e che sta perdendo il proprio carico.
la gallina bianca è lì, ancora titubante, a metà strada tra svolazzare verso gli alberi a lato e rimanere con le altre compagne, verso un ben gramo destino, ma sconosciuto, credendosi forse al sicuro. chissà.


on air/

the weepies : : all I want

via can you see the sunset?

25 agosto 2009

guerra, non terra

Giovannino, che però tutti chiamavano Giovanni, era nato sull'appennino, quello medio, che ancora non è proprio montagna ma nemmeno collina, che è facile da coltivare. Giovannino era un contadino, o meglio, come dicevano le carte, coltivatore. Da generazioni e generazioni. Il bisnonno se lo ricordavano ancora tutti perché da un viaggio di là dall'adriatico, aveva riportato un ulivo speciale. Resistente alle gelate, piccole olive che però davano un olio saporito e profumato. Lui, Giovannino, fin da piccolo lo usavano per arrampicarsi sugli ulivi per raggiungere i frutti più difficili, perché l'olio viene più buono se non raccogli le olive da terra, e poi mica solo sugli ulivi era bravo a salire. Ciliegi, susini, peri, meli e peschi, tranne che sugli alberi di fichi, ché, come diceva sempre il nonno, “chell so' traditori”.
Spesso saliva su una grande quercia che cresceva sotto il colle in faccia al paese, un vecchio, grande albero che era lì da almeno trecento anni. Da lassù poteva guardare il mare e perdercisi dentro, a sognare un viaggio, una nave.

Il suo vicino di cuccetta lo svegliò vomitandogli addosso la sbobba avuta per cena, erano molti quelli che con un po' di mare si sentivano male, gli alloggi della truppa sottocoperta puzzavano di quell'odore che nessuno riusciva a togliere, nemmeno dopo cento saponate. Era un odore che entrava nel legno della nave e nei vestiti dei soldati che andavano a combattere in Africa per l'Italia, per il duce e per il Re. Pensare che non aveva mai voluto vestirla lui, la camicia nera. Con grande scorno del podestà e di buona parte dei compaesani abituati com'erano a non chiedersi mai se una cosa fosse giusta da farsi o meno. Ad ogni buon conto, lui era sempre stato un ottimo soldato, uno che la calma non la perdeva mai, nemmeno nei momenti peggiori e i suoi superiori lo sapevano, per questo avevano voluto che in Africa, in guerra, assieme a loro ci andasse anche lui.

Giovannino che però tutti chiamavano Giovanni, già più grande, lavorava nei campi. Il sole e la zappa lo avevano fatto scuro di pelle, asciutto e forte. Il maestro e il prete, colpiti dalla sua fame di sapere cose, lo avevano fatto invece ricco di libri che lui gli restituiva in forma di parole. Spesso le sere d'inverno le passavano a chiacchierare e discutere di quel che leggeva o della guerra, se si doveva fare oppure no.
Oppure no.
Come diceva sempre lui.
Tanti altri, invece l'avrebbero voluta, la guerra, quelli che il giornale chiamava “gli interventisti”.
Lui no, era come se avesse saputo, da sempre, che in certe cose era meglio non metterci mano.
Ci pensava spesso, sempre più spesso, anche quando era nei campi a dissodare il terreno per la semina, aggrappato com'era alla sua vanga.

Attorno era solo fumo, urla di feriti, esplosioni violentissime, alcune così vicine da toglierli l'aria e pure la voglia di continuare a respirare. Giovannino, che però tutti, anche in trincea, chiamavano Giovanni, continuava a scavare la sua buca, scavava veloce, scavava preciso. La sua consegna era quella di sminare le zone dove sarebbero passati gli altri, all'attacco delle postazioni austriache. Era il contrattacco dopo il Piave. Era la Storia, ma lui non lo sapeva. Sapeva solo che tanti come lui erano stati chiamati. Giovannino, che però tutti, anche nell'ufficio comunale, chiamavano Giovanni, era nato nel 1899. era un ragazzo del '99.

Così è che me la sono rappresentata nella testa la vita di Giovannino, che tutti, anche al Distretto Militare, chiamavano Giovanni. Quello che invece non riesco nemmeno a immaginare è il resto, paradossale, assurdo, eppure vero, di quelle verità che tante altre famiglie avranno toccato con mano senza riuscire a capacitarsi e a farsene una ragione.
Fatto sta che nel '43 i tedeschi arrivano al suo paese, rubano da mangiare, forse violentano qualche giovane contadina e, cosa decisiva per la vita di Giovannino danno alle fiamme tutti i documenti all'anagrafe del comune. No, i tedeschi no, nemmeno lo vedranno mai Giovannino che ancora è in Africa, in un campo di prigionia inglese, probabilmente. Tornerà al suo paese solo nel 1946. I tedeschi, loro no, non lo chiameranno mai Giovanni.
Al contrario della previdenza sociale che non gli riconoscerà le due guerre combattute, girando probabilmente i suoi soldi ad un omonimo, Giovanni, registrato correttamente all'anagrafe, di sicuro imboscato, uno di quelli che la camicia nera se l'era messa fin dal primo momento, amico adesso di qualche galoppino al distretto militare ex-camerata, riciclato anche lui, come troppi altri.
Con la scusa che i documenti i tedeschi li avevano bruciati, con la scusa che tutti lo avevano sempre chiamato Giovanni, con la scusa che il dopoguerra è sempre confusione.
Senza scuse.
Senza pensione, se non quella minima di coltivatore, cosa che dopotutto aveva davvero fatto in trincea sul Piave e tra le sabbie del nord Africa, zappando attento, scavando rapido e preciso, tirando fuori dalla terra cose non da mangiare ma da lasciare alle cure degli artificieri. Che però non è proprio la stessa cosa che cavare patate, lavorare al Comune, all'anagrafe o al distretto militare. E' una cosa parecchio più pericolosa che poi tiene in vita molti dei tuoi compagni, è una cosa oscura ma ugualmente eroica. E non è giusto che nessuno te la riconosca.
Anche se ti chiami Giovannino e tutti, testedicazzo, per il resto della vita continueranno a chiamarti Giovanni.